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Best seller del passato: lo scandaloso Pitigrilli

Dopo Guido da Verona, pubblichiamo il secondo articolo di Michele Giocondi e Mario Mancini della serie di reportage sui grandi scrittori bestseller italiani del passato.

Best seller del passato: lo scandaloso Pitigrilli

È la volta di Pitigrilli, autore eccentrico, anarco-conservatore che compie un percorso narrativo ampio: dai romanzi libertini degli inizi anni venti, alle opere laico-scettiche successive fino alla conversione religiosa del secondo dopoguerra. Anche la sua vita è segnata dall’irregolarità e dalla volatilità del suo comportamente pubblico al limite del paradossale. Umberto Eco, che ha dedicato un saggio a Pitigrilli dal titolo “L’uomo che fece arrossire la mamma” (oggi raccolto in Il superuomo di massa, ed. Nave di Teseo), lo avvicina, con cautela, a scrittori come Achille Campanile e Alberto Arbasino. Scrive Eco a proposito dello scrittore torinese: “Pitigrilli era scrittore gradevole, sapido e rapido, fulminante. Piaceva, e può piacere ancora oggi.” E in effetti è così.

Irregolare fin dalla nascita

Il 1920 è l’anno in cui esplode clamorosamente la fortuna editoriale di Pitigrilli, proprio nel periodo in cui le classifiche dei best seller registrano i grandi successi di Guido da Verona. E in effetti da questo momento in poi il nuovo “scrittore”, dal nome quantomeno strambo, affiancherà il bel Guido nel cuore dei lettori.

Ma chi è Pitigrilli? Dietro questo nomignolo si cela la figura di Dino Segre, figlio di un ex-ufficiale dell’esercito di religione ebraica e di una madre di religione cattolica, che lo farà battezzare all’insaputa del padre quando ha 4 anni. È nato a Torino nel 1893, ha effettuato studi classici e nel 1916 si è laureato in legge, ma in futuro non eserciterà mai la professione.

Il mondo che gli interessa e nel quale pensa di aver qualcosa da dire è piuttosto quello della scrittura: la stampa periodica e i libri. Il nostro personaggio inizia così a frequentare da studentello universitario le redazioni dei giornali locali, lasciando qua e là qualche “pezzo” che trova spazio fra un articolo e l’altro dei giornalisti professionisti.

L’incontro con Amalia Guglieminetti

Amalia Guglieminetti in un ritratto di Mario Reviglione

In questa fase viene notato da Amalia Guglielminetti, celebre poetessa e scrittrice, animatrice del più importante salotto culturale di Torino, nonché direttrice di riviste ed influente membro dell’establishment letterario. Di lei, anticonformista e spregiudicata come lo può essere una donna nei primi anni del Novecento, è nota anche la inquieta e rumorosa relazione con Guido Gozzano, il poeta crepuscolare, durata alcuni anni.

Una storia nell’Italia della belle epoque che aveva suscitato molto scalpore, anche perché allora i poeti avevano una visibilità infinitamente maggiore che ai nostri tempi. Non diciamo simile a quella dei grandi divi di oggi, ma un pezzo in là di sicuro; basti pensare alla liaison fra D’Annunzio e la Duse, per esempio. Poi la relazione tra i due era finita e comunque nel 1916 Gozzano era morto di tubercolosi.

La causa involontaria della conoscenza fra i due sembra essere stata una battuta di spirito. Interrogato durante un esame all’università su quale fosse secondo lui il più grande poeta, Pitigrilli rispose che se non fosse stato uno studente avrebbe detto Amalia Guglieminetti, ma poiché lo era dirà Dante Alighieri.

La boutade era circolata nei salotti di Torino, città natale di entrambi, e la Guglielminetti aveva invitato il giovane a prendere un tè da lei. Si erano così conosciuti; lei gli aveva chiesto del buffo soprannome che si era dato e il giovane aveva risposto che il curioso, quanto anomalo, nomignolo lo aveva ricavato dal nome della pelliccia del bavero del cappotto che aveva la madre: di piccolo scoiattolo, cioè di petit gris, che lui aveva trasformato in Pitigrilli. E che poi gli amici abbrevieranno in Piti.

Lei dimostra subito simpatia per il suo bizzarro interlocutore e gli aggiunge un ulteriore soprannome, quello di “giovane efebo”. Così lo aiuta ad entrare con più decisione nel mondo del giornalismo cittadino e gli apre alcune porte. Lui, poco più che ventenne, resta profondamente attratto dell’affascinante poetessa e scrittrice, che vanta già un posto di rilievo nel panorama letterario. Lei però è restia, ha 12 anni più di lui, non se la sente di iniziare una relazione con uno studente di 21 anni senza arte né parte, e prima che inizi la loro storia dovranno passare ancora 4 anni.

L’inizio nel mondo dei giornali

Nel frattempo Pitigrilli, grazie anche al sostegno della sua musa, inizia a praticare la professione di giornalista pubblicista per alcuni quotidiani e periodici. E i suoi articoli, dal taglio leggero, accattivanti, immediatamente comprensibili a tutti, infarciti di boutades e di calembours, come venivano allora definiti, di metafore allusive, di giochi di parole, di sottintesi, talvolta anche sprezzanti, gli producono un buon seguito di lettori.

Il romanzo edito da Modernissima nel 1919 che porta il nome della poetessa amica e musa di Pitigrilli che egli chiamerà “la nuova Saffo”. La relazione sentimentale tra i due scrittori torinesi durerà sei anni, dal 1918 al 1926 per finire burrascosamente per mano di avvocati.

Nel 1918, quando ha 25 anni e si è fatto un certo nome nel mondo del giornalismo, inizia la relazione vera e propria con la Guglielminetti, che durerà 6 anni, fino al 1924. La cosa proietta il semisconosciuto giornalista nel cono di luce del pettegolezzo, dove da tempo si trova la sua nuova compagna, anche in virtù dei libri pruriginosi che ha pubblicato nell’Italietta austera e bigotta del primo Novecento: Le vergini folli 1907, Le seduzioni 1908, I volti dell’amore 1913, Gli occhi cerchiati d’azzurro 1920, Quando avevo un’amante 1923 e altri ancora.

Ed è subito successo

Grazie a lei e alla piccola fama che si è costruita nel frattempo, Pitigrilli ottiene un contratto di collaborazione al giornale “L’Epoca”. E a inizio 1920, mentre è a Parigi come corrispondente estero, invia 4 novelle a un quindicinale letterario. Il risultato è strepitoso e in pochi giorni la rivista va esaurita. Cosa del tutto anomala nel mondo delle riviste letterarie dell’epoca, le cui vendite sono sempre risicatissime. Sono racconti di argomento licenzioso, secondo alcuni pornografico: una pornografia che oggi farebbe ridere le educande di una qualunque scuola religiosa, ma all’epoca lasciano il segno. Lo stile è cinico, sfrontato, spregiudicato, in linea con l’immagine che Pitigrilli si è costruito e che non è molto diversa dal suo vero carattere.

“Mammiferi di lusso”, uscito nel 1920 con l’editore Sonzogno, fu il primo grande immediato successo di Pitigrilli.

Con l’editore Sonzogno Pitigrilli mise su una vera e propria cucina editoriale in grado di confezionare un prodotto che andasse incontro ai gusti del grande pubblico in tutti i suoi aspetti. Ecco che il titolo e la copertina vennero ad assumere un ruolo centrale nel marketing mix. I titoli dovevano essere provocatori e soprattutto latori di un messaggio direttamente assimilabile al pubblico di riferimento. “Mammiferi di lusso” rappresenta un efficace esempio di questa strategia. Un’analisi interessante delle copertine di Pitigrilli è stata effettuata da Sarah Bonciarelli, “Le copertine di Pitigrilli. Un fenomeno editoriale tra testo e paratesto”, disponibile anche in rete.

Ecco allora farsi avanti uno dei maggiori editori dell’epoca, Edoardo Sonzogno, un editore popolare in fase calante, ma che negli ultimi decenni dell’Ottocento ha condiviso con Treves il ruolo di editore principe dell’Italia umbertina. Oltre ai tantissimi libri che ha pubblicato, è stato il fondatore e l’editore di giornali e riviste. Suo, ad esempio, è il maggior quotidiano dell’Italia di fine Ottocento, “Il Secolo”, che arriva a vendere anche 100.000 copie al giorno, e in casi di forte tensione nel paese anche molte di più. “Il Secolo” vanta insomma il primato di quotidiano più letto d’Italia, che poi perderà nei confronti del rivale “Corriere della sera”.

Sonzogno gli propone di pubblicare quelle novelle insieme ad altre sette e farne un volume. Siamo nel 1920 ed esce Mammiferi di lusso. Il successo è immediato e strepitoso. Le copie vanno via come il pane, decine e decine di migliaia in poco tempo, 300.000 sino al 1943.

Lo scandaloso Pitigrilli: successo e polemiche

Pitigrilli ad appena 27 anni viene proiettato ai vertici del mercato editoriale dell’epoca. Lo scandaloso Pitigrilli è letto da tutti; quei racconti infarciti di erotismo diventano le letture preferite degli italiani e soprattutto delle italiane, che già allora rappresentano la fetta più consistente del mercato editoriale, e che, caso mai di nascosto, non rinunciano a divorare il libro.

Il secondo enorme successo di Pitigrilli, criticato da Mussolini e difeso da Gramsci. L’idea della “polvere bianca boliviana che dà le allucinazioni” consumata nei ritrovi di Pigalle era piuttosto ardita per i tempi, ma come scrive Eco: “Pitigrilli era un moralista (anche quando scriveva “Cocaina”) e tutto sommato la relatività dei valori, anziché dargli virile fermezza scettica, lo spingeva allo sdegno e al sarcasmo”.

Logico, a questo punto, che sia l’autore, che l’editore, vogliano battere il ferro finché è caldo e Pitigrilli si mette subito all’opera: lascia perdere gli articoli per i giornali e in poco più di due mesi sforna un intero romanzo, Cocaina. Il successo si ripete in ugual misura, senza tentennamenti dei lettori, che lo promuovono a loro autore preferito, alla pari, come dicevamo, dell’altro romanziere di successo del periodo: Guido Da Verona.

Il libro suscita anche violente polemiche in ambito politico, la complessa tematica della droga è al centro del dibattito politico di allora e da una parte il quotidiano “Il popolo d’Italia”, diretto da Mussolini, lo attacca per i toni licenziosi e disfattisti, dall’altra “Ordine Nuovo”, diretto da Gramsci, lo difende. Ma il successo del romanzo è innegabile.

Umberto Eco definisce questo romanzo breve, dal titolo indovinatissimo, uno dei suoi “più spiritosi e patetici”. Il romanzo uscì nel 1931 insieme ad altri nove racconti brevi, un genere, questo, molto amato dallo scrittore torinese.

Da notare l’avvincente copertina. Le copertine dei romanzi di Pitigrilli sono diventate un caso di studio dell’industria editoriale. Si ispiravano in modo originale e intelligente ai manifesti di Fortunato Depreo per la campagne Campari. Negli anni venti la realizzazioni di Depreo ruppero ogni barriera che separava l’arte dalla pubblicità.

Nel giro di poco tempo, mentre il paese sta vivendo gli anni forse più difficili della sua storia, Pitigrilli sforna altre opere: La cintura di castità nel 1921, Oltraggio al pudore nel 1922, La vergine a 18 carati nel 1924. Qualche anno dopo escono L’esperimento di Pott nel 1929, I vegetariani dell’amore nel 1931, Dolicocefala bionda nel 1936. Sono altrettanti best seller da 300.000 copie a titolo. Pitigrilli è oramai ai vertici del successo, guadagna cifre iperboliche in diritti d’autore, grazie anche alle numerose traduzioni nelle principali lingue. Ma non si ferma qui.

Nel 1924 fonda una rivista, “Le grandi firme”, alla quale collaborano i maggiori scrittori del periodo, anche nomi “nobili”, come Pirandello, Bontempelli, Alvaro, Campanile, la Deledda, Panzini e molti altri. E anche la rivista riscuote un enorme successo. A distanza di un anno, nel 1925, ne fonda un’altra, un mensile dedicato al teatro, “Il dramma”, facendo centro anche stavolta. E l’anno dopo, forte del successo delle due precedenti, Pitigrilli lancia un altro periodico, “Le grandi novelle”, cogliendo ancora una volta un clamoroso successo.

La fine della storia con la Guglieminetti

Nel frattempo la storia con la Guglielminetti volge al tramonto. Siamo nell’agosto del 1924, e la rottura avviene in maniera clamorosa, sia per il rilievo che hanno allora i due, sia per l’insistenza della stampa sulla vicenda. Anche il successo che lo scrittore ottiene con le riviste lo porta a rivaleggiare con la ex-amante, che risponde pari pari, con uguale cipiglio. Fra le tante, fa epoca una battuta al vetriolo che Pitigrilli le scaglia contro. Avendo la Guglielminetti fondato una rivista nel 1924 a 2,50 lire, “Le grazie”, in diretta concorrenza con “Le grandi firme” da poco nelle edicole, Pitigrilli non perde l’occasione per dichiarare che “la Guglielminetti vende le sue grazie a 2,50 lire!”.

La storia dunque è finita, e in modo velenoso, ma vedremo che ben altre saranno le occasioni dei due per pizzicarsi, e nel 1928, anche con il pesante intervento della giustizia. Ma Pitigrilli nel frattempo ha già acquisito una fama notevolissima, che gli permette non solo di procedere autonomamente nel mondo della stampa, senza bisogno di puntelli, ma di regnarvi indisturbato, quasi di esserne il principe assoluto.

I guai con la giustizia

I toni con cui egli compone i suoi “pezzi”, identici a quelli che si ravvisano nei suoi libri, non passano però inosservati all’occhiuta censura e nell’ estate del 1926, lo scrittore più letto d’ Italia viene accusato di oltraggio al pudore. L’accusa però non regge e poco dopo ne viene prosciolto.

Nel gennaio del 1928 il nostro Piti viene addirittura arrestato, stavolta con l’accusa di offese alla persona di Mussolini. Avrebbe scritto, secondo gli accusatori, che poi altri non sono che la ex-amante e un suo complice, che “Sarebbe ora che una pallottola benefica giungesse a segno per levarcelo di torno”, riferendosi ovviamente a Mussolini. Inoltre gli addebiti riguardano anche ulteriori affermazioni contrarie al regime e alle istituzioni, accuse di immoralità e cose del genere.

Il nostro uomo sta in carcere due settimane e viene processato, ma secondo il giudice le accuse sarebbero solo illazioni inventate dalla sua ex-amante, offesa per essere stata abbandonata. Dopo di che lui viene scarcerato, mentre la Guglielminetti, ritenuta incapace di intendere e di volere, viene rinchiusa in una casa di cura per malattie mentali.

Il lato oscuro: una spia dell’OVRA

Questo episodio, che ha un grande risalto nella stampa, dà la stura a un’altra fase della vita del fantasmagorico scrittore, che inizia proprio nel 1930. Grazie infatti all’accusa nei suoi confronti e alla detenzione in carcere, Pitigrilli appare come una vittima del regime, come un perseguitato del fascismo, ed entra in contatto col gruppo dell’antifascismo torinese: il gruppo di “Giustizia e Libertà”, allora quello più attivo ed organizzato a livello nazionale. Vi fanno parte Leone Ginzburg, Massimo Mila, Emilio Lussu, Carlo Levi, Giulio Einaudi, Vittorio Foa, Norberto Bobbio, Michele Giua, Sion Segre cugino dello stesso Pitigrilli, e altri ancora. È in buona parte il gruppo che poi darà vita alla casa editrice “Einaudi”.

Questo libro di Zucarò, con una introduzione di Emilio Lussu (nella prima edizione), documenta i rapporti di Pitigrilli con l’OVRA, la polizia segreta del fascismo. Pitigrilli ha sempre detto che ha lavorato per l’OVRA per divertimento e non per soldi.

Lui vi entra in contatto e ne conosce persone, metodi di lotta, organizzazione, segreti. Vi entra, ma come agente infiltrato, come spia, dopo essere stato contattato dalla polizia segreta, l’OVRA, reclutato e stipendiato, pare, a 5.000 lire al mese, in un periodo in cui uno stipendio di 1.000 lire, come recita la canzone di Gilberto Mazzi lanciata nel 1939 Se potessi avere 1.000 lire al mese, è il sogno dei normali cittadini.

Si infiltra nel gruppo e denuncia i vertici dell’organizzazione torinese. Fornisce nomi, circostanze, prove, che conducono nel 1935 all’arresto e all’incarcerazione dei vari esponenti. Pitigrilli è anche molto attivo a Parigi, dove fornisce elementi utili per colpire Carlo e Nello Rosselli, che verranno là assassinati dai cagoulard francesi, istigati dai fascisti.

Pitigrilli si è dimostrato un terribile traditore, un’efficiente spia del regime. Lo sarà dal 1930 al 1939, regolarmente retribuito, nonostante sia ricco di famiglia e con una montagna di soldi proveniente dallo sfruttamento delle sue opere. Nel 1939 però viene cacciato dall’OVRA e diventa ostile anche a coloro che l’hanno così lungamente stipendiato. Ma anche qui le cose non sono finite.

La svolta spirituale

Altrettanto intensa si rivela la sua vita affettiva. Nel 1931 si sposa nel consolato italiano a Parigi con Deborah Senigallia, figlia di un agiato industriale tessile. Ha subito un figlio, ma tre anni dopo, nel 1934, scrive alla moglie da Parigi dicendole che il matrimonio non fa per lui, che lui si ritiene sciolto dai vincoli familiari e lo stesso faccia pure lei.

Nel 1936 incontra un’ avvocatessa, Lina Furlan, che lo sta difendendo in una questione sorta per un incidente d’auto. Ed è di nuovo passione. I due si sposano nel 1940 in Svizzera, nonostante lui risulti ancora sposato in Italia; la separazione legale verrà ufficializzata solo nel 1955. Da lei avrà nel 1943 un figlio Pym, in futuro avvocato e docente universitario. La nuova moglie è profondamente cattolica e antisemita, e pare sia lei ad indurlo a cambiare prospettiva morale e religiosa. Ed ecco che Pitigrilli cambia completamente.

Non scrive più libri pornografici, dichiara di non riconoscere più quelli già scritti e anzi prega l’editore di non ristamparli e di buttare al macero le copie in magazzino. Si converte al cattolicesimo e nel 1948 pubblica tre libri, La piscina di Siloe, Mosè e il cavalier Levi, La meravigliosa avventura, nei quali ostenta la nuova fede cattolica e irride a quella precedente ebraica.

I tre libri usciti dopo la conversione spirituale di Pitigrilli.

A proposito di questa Eco scrive: “A leggere non solo le sue opere posteriori, come Mosè e il cavalier Levi (1948), ma anche le prime, ci si accorge che se Pitigrilli avesse potuto costruirsi una società sul modello dei propri desideri segreti (o almeno delle sue idee sublimate) avrebbe voluto una società patriarcale fondata sulla famiglia, con l’adulterio controllato dalla responsabilità morale, le donne virtuose, la religione creduta, i defunti onorati, i patti osservati, le professioni illustrate da una pratica intemerata”.

L’abbandono dell’Italia

Nel 1943 ripara in Svizzera per sfuggire alle persecuzioni naziste. I suoi trascorsi di spia vengono tuttavia fuori ufficialmente. Della lista dei 622 agenti segreti dell’OVRA diffusa da Pietro Nenni nel 1947, lui risulta inequivocabilmente il numero 373.

In Argentina Pitigrilli non manca di ottenere un discreto successo. Si dice che abbia anche partecipato alla scrittura dell’autobiografia di Evita Peron.

Oramai smascherato senza ombra di dubbio, dalla Svizzera decide di riparare in Argentina nel 1948. Nel paese sudamericano si mette subito a collaborare a un giornale della sera, “La Razon”, dove con la sua rubrica ottiene di nuovo un grande successo fra i lettori, tanto da raddoppiarne le vendite in edicola. Frequenta anche la famiglia Peron, allora alla guida del paese, pare anzi che contribuisca alla scrittura del libro di Evita Peron La ragione della mia vita.

In Argentina resta per 10 anni, e compone un’altra nutrita serie di romanzi, non dalle caratteristiche di quelli che lo hanno reso famoso da giovane, ovviamente. I libri si vendono, ma non ottengono quel successo clamoroso cui lui era abituato. Il suo momento è passato e lui non è più in grado di imporsi come prima all’attenzione dei lettori.

Il ritorno in patria

Nella commissione religiosa incaricata di esaminare la fondatezza della conversione di Pitigrilli al cattolicesimo c’era anche il giovine Giulio Andreotti.

Rientra in Francia, e da lì torna in Italia, prima occasionalmente, poi, da metà anni Sessanta, sempre più spesso. In Italia era stato anche sottoposto ad un esame per stabilire l’effettiva conversione al cattolicesimo, e ad esaminarlo fra gli altri c’era stato anche un giovane Giulio Andreotti, che ne aveva attestato formalmente l’avvenuta conversione.

Ma di una sua riabilitazione ufficiale non si parla. Su sua richiesta gli viene però concesso di scrivere articoli per alcune riviste cattoliche, la più celebre delle quali è “Il Messaggero di Sant’Antonio”. Lo farà per anni. Destino beffardo per uno scrittore che si era affermato come pornografico! Muore a Torino nel 1975, all’età di 82 anni.

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