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Bestseller del passato: Hilary Mantel, il ritorno del romanzo storico

Per la serie de “I bestseller del passato” è il momento di fare una incursione nella contemporaneità per occuparci di una scrittrice inglese che ha rilanciato un genere che era finito in soffitta: il romanzo storico.

Bestseller del passato: Hilary Mantel, il ritorno del romanzo storico

La storia, grazie allo streaming, sta conoscendo anche nella cinematografia e nella fiction televisiva un grande ritorno che non possiamo che salutare con entusiasmo. Il declino della storia negli ultimi decenni è stato uno dei fatti più frustranti del panorama culturale globale. La storia, anche quella greco-romana, è una chiave di comprensione eccezionale della contemporaneità. Per i grandi leader dell’umanità come pure per i piccoli napoleoni che calpestano il suolo del pianeta, la storia è qualcosa di estraneo al loro pensiero, alla loro azione e raramente rientra nel loro campo visivo, quando invece dovrebbe guidarli.

Mediare la storia attraverso la fiction può essere quell’operazione che la fa risorgere nella conversazione pubblica. Molti italiani sanno quel poco di storia inglese attraverso le tragedie di Shakespeare. Chi altrimenti saprebbe di Riccardo III o di Macbeth? Così come gli stranieri possono imparare qualcosa della storia italiana attraverso il melodramma verdiano. Almeno potrebbero incuriosirsi.

A risuscitare il romanzo storico nel XXI secolo è stata senz’altro la britannica Hilary Mantel, 69 anni dalle Midlands orientali, l’unica scrittrice a cui è stato assegnato per due volte il Booker Prize, il più prestigioso premio letterario del mondo anglo-sassone. Il bello della faccenda è che la Mantel scrive dei romanzi giganteschi, raramente sotto le 500 pagine. Ha iniziato con una trilogia sulla rivoluzione francese, La storia segreta della rivoluzione, affascinata subito dai tre giovani rivoluzionari caduti, poco più che trentenni, sotto la ghigliottina nello stesso anno, il 1794: Robespierre, Danton e Desmoulins. Ha poi continuato con la Trilogia di Thomas Cromwell di cui sono usciti due volumi e il terzo conclusivo è atteso per il 2019. Thomas Cronwell non è il Cromwell dell’unica esperienza repubblicana tentata nelle isole britanniche; quello è Oliver e lo si studia anche alle medie. Thomas è il primo ministro di Enrico VIII, un politico di umili origini, ma abilissimo, che però non riuscì a sfuggire al tragico destino di tutti coloro che si erano avvicinati al mercuriale monarca inglese.

Donatella Valente, che ha letto i primi due libri della Trilogia, parla di questa scrittrice che è anche una polemista coraggiosa e irriverente. Ci mette un attimo a deridere le più recenti icone dell’immaginario britannico.

La duchessa e la scrittrice

A giudicare dalle foto Hilary Mantel è una signora di mezza età dall’incarnato chiaro, il cui tratto dominante è la rotondità: tonda lei, tondeggiante la pettinatura lievemente cotonata, tondi gli occhi azzurri sgranati in direzione dell’obiettivo. Insomma, una donna un po’ buffa, con un’aria tra lo stupito e l’incredulo.

Buffa o no, fatto sta che Hilary Mantel è autrice di due romanzi (fra poco tre) che a distanza di pochi anni uno dall’altro hanno messo d’accordo la critica più autorevole e il grande pubblico, generalmente molto distanti, assicurandole i premi letterari più prestigiosi e, contemporaneamente, vendite da bestseller. La scrittrice è stata inclusa dal magazine “Time” tra le cento persone più influenti della terra.

I due romanzi in questione — Wolf Hall e Anna Bolena, una questione di famiglia, pubblicati in Italia da Fazi editore — sono ambientati nell’Inghilterra di Enrico VIII e hanno inaugurato una nuova felice stagione per il romanzo storico, rimescolando così le politiche di marketing editoriale.

Lo scorso febbraio la notorietà della scrittrice ha avuto un ulteriore picco, non per ragioni letterarie ma per il giudizio che ha dato di Kate Middleton, duchessa di Cambridge, regina consorte d’Inghilterra e madre dell’erede al trono dei Windsor.

Hilary Mantel a Middle Temple Hall nel centro di Londra dove ha dato una delle sue Reith lectures. Il magazine “Time” l’ha collocata tra le cento persone più influenti del pianeta

Infatti, in una conferenza tenuta al British Museum sul tema dei Royal bodies (“Corpi regali”), la Mantel ha detto che Kate è una “bambola snodabile spaventosamente magra e con il sorriso finto”, una donna priva di personalità e di espressione, abilitata a dire solo “grazie” e “prego”, selezionata esclusivamente per procreare: in parole povere soltanto una fattrice, per quanto “regale”.

Apriti cielo: giornali e tabloid di mezzo mondo l’hanno aspramente criticata, non lesinando facili commenti sull’acrimonia invidiosa che avrebbe mosso la Mantel, non proprio bellissima e col doppio degli anni di Kate. In difesa della filiforme duchessa si è scomodato perfino David Cameron, al tempo primo ministro, prima di cadere come Robespierre sotto il peso delle sue iniziative un po’ avventurose. Agli occho della Mantel il paragone sarebbe comunque indecoroso per il giacobino.

La scrittrice ha respinto le critiche al mittente, dicendo che certa stampa fa il solito gioco di Eva contro Eva, che le sue parole sono state prelevate di peso dal loro contesto e che il suo non era un giudizio ma una constatazione del trattamento che la storia, il sistema monarchico stesso e i media riservano ai “corpi regali”. E non ha ritenuto di doversi scusare con Kate, la quale peraltro non ha battuto ciglio.

A ben vedere, in effetti, più che di lesa maestà si è trattato di una riflessione storica elaborata con cognizione di causa, essendo la Mantel un’autrice che la storia la conosce bene e la sa pure raccontare. Con enorme successo.

Pioggia di premi sui Tudor

“Wolf Hall”, il primo romanzo della Trilogia di Thomas Cromwell nella versione italiana di Fazi.

Hilary Mary Mantel in realtà nasce Thompson: Mantel è il nome del suo patrigno. Classe 1951, inglese del Derbyshire, con i primi due episodi della sua trilogia su Thomas Cromwell, primo ministro di Enrico VIII Tudor, ha venduto milioni di copie e ha vinto quasi tutti i più importanti premi letterari britannici.

Nel 2009 Wolf Hall si è aggiudicato il Man Booker Prize; nel 2012 Anna Bolena, una questione di famiglia (titolo originale Bring up the bodies) non solo ha vinto di nuovo lo stesso prestigioso premio — nessuno prima di lei ci era riuscito — ma ha fatto incetta di altri illustri riconoscimenti, guadagnandosi anche il Costa Book Award in due diverse categorie (miglior romanzo e libro dell’anno) e il David Cohen Award, una sorta di Nobel inglese alla carriera, mentre la BBC ne fattoouno sceneggiato con Mark Rylance nei panni del primo ministro di Enrico VIII e Claire Foy in quelli di Anna Bolena.

Hilary Mantel ha al suo attivo 14 tra romanzi, racconti e un’autobiografia (I fantasmi di una vita, Einaudi 2006), anche se, pur essendo stata sempre ben recensita, ha raggiunto il vero successo solo grazie ai Tudor. Evidentemente, è stata la sua riflessione, cambiare argomento a ogni romanzo non è una buona mossa… E così la scrittrice è di nuovo all’opera e sta scrivendo The Mirror and the Light, l’episodio conclusivo della trionfale trilogia atteso per il 2019.

Un insolito protagonista

Il ritratto di Thomas Cromwell eseguito da Hans Holbein il giovane tra il 1532 e il 1533. Il dipinto fa parte della Frick Collection del Metropolitan di New York.

Ma chi è Thomas Cromwell? Nato nel 1485, di umili origini, lasciò giovanissimo l’Inghilterra alla volta del continente europeo e vi fece ritorno dopo più di vent’anni, poliglotta e con un singolare curriculum di mercenario, mercante e banchiere. Passo dopo passo, con spregiudicatezza e discrezione, Cromwell conquistò la piena fiducia del re Enrico VIII fino a diventarne il primo ministro.

Tenendosi sempre molto defilato, fedelissimo alla corona, fu l’architetto dello scisma anglicano dalla Chiesa di Roma e l’attento timoniere di tre dei sei matrimoni del sovrano, condividendone appieno la preoccupazione per l’assenza di un erede maschio e dunque per la continuità dinastica. Fu insomma un uomo di immenso e tuttavia inappariscente potere, la cui stella si spense nel 1540, a 55 anni, quando finì giustiziato per ordine del suo ingrato re.

Sui libri di storia Thomas Cromwell non è un personaggio di spicco e viene liquidato come uomo di innegabile abilità politica ma di bassa caratura morale. Dunque, perché Hilary Mantel ha scelto proprio lui come protagonista della sua ponderosa trilogia?

Volevo raccontare la sua storia perché non è mai stata raccontata, — ha spiegato lei in un’intervista — ripulirla del ciarpame e dei pregiudizi e ripartire dal personaggio come se fosse appena scoperto. E anche perché quest’uomo cattivo, manipolatore e assassino le è sempre piaciuto, più del suo re: “Enrico VIII è la grande icona del tempo, ma il potere reale, quello dietro il trono, passa attraverso Cromwell.

Quando l’erudizione si fonde con la scrittura

Per dare voce e pensieri al finora poco noto cortigiano e muoversi nel mondo dei Tudor attraverso i suoi occhi, la scrittrice ha ovviamente studiato la più che ampia documentazione sulla sua vita pubblica ma è anche andata a caccia di notizie sulla sua vita privata, quasi del tutto ignota. Insomma, la Mantel ha studiato molto ma, come ha scritto un affascinato Alessandro Baricco, non si sente, il che suona come un complimento perché vuol dire che l’erudizione si è fusa con la storia e con la capacità narrativa, prendendo vita e trasformando un potenziale polpettone storico in un’opera letteraria di grande qualità, che da una parte reinventa il mito di fondazione dell’isola britannica e dall’altra rinverdisce i fasti del romanzo storico come genere letterario di successo.

Con una scrittura mai banale o scontata, sorprendente per la modernissima cifra stilistica applicata a una simile materia, le oltre 1300 pagine complessive dei due romanzi fluiscono in una narrazione che restituisce nei minimi dettagli la Londra cinquecentesca e la corte dei Tudor. Il protagonista incontra e si scontra con re, regine e aspiranti tali, ministri e ambasciatori, papi e cardinali e con una moltitudine di comprimari e figure minori, in un intreccio in cui è sempre lui a tenere in spalla, per così dire, la cinepresa. Ma la cosa più avvincente è che tutti, Cromwell compreso, seguono ignari il flusso di una storia che solo noi conosciamo.

Le figure femminili, la chiave del regno di Enrico VIII

Jane Seymour, la terza moglie di Enrico VIII, l’unica a dargli un figlio maschio, che però non assicurava la successione perché ne occorrevano due. Jane morì durante il parto e proprio con la ricerca di una nuova inizia il declino di Cromwell.

In questo bellissimo raccontare spiccano le figure femminili: Caterina d’Aragona, la prima regina, attorniata da uno stuolo di avvocati in filo diretto con la corte papale per difendere il suo ruolo; Anna Bolena, che con tenacia e seduttività tiene Enrico sulla corda finché questi, staccandosi da Roma, scatena un terremoto istituzionale senza ritorno e la incorona regina numero due; Jane Seymour, la terza regina, una timida e scialba ragazza dal volto lunare…

A turno protagoniste di una più o meno intensa infatuazione dell’intemperante sovrano, tutte sono comunque chiamate a rispondere a una sola domanda: chi può dare a Enrico un erede maschio che assicuri la continuità dei Tudor?

“Per questo il corpo femminile è il fulcro della storia e il motore del processo politico che condurrà alla Riforma” ha detto la Mantel: il potente re dipende interamente dalla sua regina per avere ciò che gli necessita con urgenza e che solo lei può dargli, mettendolo al riparo da nefaste incertezze dinastiche.

Royal ladies

Le mogli di Enrico VIII hanno ispirato un album di grandissima efficacia al tastierista degli Who, Rick Weikman. “The Six Wives of Henry VIII” (1973) è una delle espressioni più alte del un rock progressivo sinfonico praticato da gruppi, quali i Genesis, gli Yes, i King Crimson, i Pink Floyd, i Jethro Tull e molti altri, entrati nella storia della musica.

Ecco allora che l’uscita su Kate assume effettivamente una dimensione diversa da quella che tabloid e media in genere hanno voluto attribuirle con le solite semplificazioni da informazione usa-e-getta e con una robusta dose di ipocrisia, e si colloca in una riflessione storica di più ampio respiro.

Infatti nella lunga conferenza tenuta al British Museum la signora Mantel ha parlato, sì, di Kate, e lo ha fatto nei termini riportati dalla stampa di mezzo mondo, ma non era un giudizio di merito ed è stato un breve passaggio all’interno di un lungo e documentato excursus sui corpi altrettanto regali di Maria Antonietta di Francia e di Lady D., dell’attuale Elisabetta e del principe Carlo, di Enrico VIII e delle sue regine. Nella sua analisi la Mantel ha messo uno accanto all’altro personaggi diversi, ciascuno con la sua storia nella Storia, tutti però accomunati dall’essere appunto solo “corpi”, per quanto “regali”.

I reali sono dèi e bestie a un tempo — ha detto. — Sono persone, ma il loro essere va oltre l’individuo, sono vettori di una linea di sangue: fondamentalmente sono macchine da riproduzione, un insieme di organi.

Questo vale per i corpi regali maschili, ma ancora di più per le royal ladies, nient’altro che “vagine reali” accuratamente selezionate per dare la risposta giusta, la sola che conti in quel contesto: un erede al trono, meglio se maschio.

Niente di personale dunque nei confronti della duchessa di Cambridge, che è solo l’ultima in ordine di tempo di una lunga, lunga schiera di royal bodies…

Natalie Portman, l’ultima Anna Bolena del cinema. Dal 1911 al 2014 sono ben 42 i progetti cinematografici che vedono come protagonista la seconda consorte di Enrico VIII Tudor.

Niente di nuovo sotto il sole

Per tornare alla saga dei Tudor, Wolf Hall abbraccia più o meno trent’anni della vita di Thomas Cromwell, dall’adolescenza alla piena maturità, mentre Anna Bolena, una questione di famiglia, in un incupirsi di atmosfera, si svolge in meno di un anno e si chiude con l’esecuzione della regina, caldeggiata da un Cromwell all’apice del potere e seriamente preoccupato per la debolezza dinastica del regno, ancora sprovvisto dell’agognato erede maschio.

Il terzo e ultimo episodio della trilogia, The Mirror and the Light, è ancora in fieri ma anche stavolta noi sappiamo già come va a finire: Jane Seymour, incoronata regina poco dopo che la testa di Anna è rotolata nel cesto del boia, muore dopo aver partorito (finalmente) Edoardo; però un solo erede non garantisce a sufficienza la linea dinastica. Ed ecco il matrimonio con Anna di Clèves, regina numero quattro, un disastro. Enrico si stanca del suo primo ministro e la brillante parabola di Cromwell si chiude sul patibolo, nelle mani di un boia incompetente che, stando alle cronache del tempo, dovette assestare più di un colpo per portare a termine il lavoro…

Fin qui la storia ufficiale: vedremo come ce la racconterà la nostra scrittrice e se ancora una volta critica e pubblico si appassioneranno al suo singolare eroe.

In fin dei conti, non c’è due senza tre…

Estratto da Wolf Hall

[Cromwell ha incontrato Anna Bolena per perorare la causa del cardinale Wolsey, consigliere del re, caduto in disgrazia]

Mentre ritorna sui suoi passi — otto anticamere prima di riprendere la sua giornata — sa che Anna s’è avanzata in qualche punto dove lui la può vedere, la luce del mattino posata sotto l’incurvatura della gola. Vede il sottile arco delle sue sopracciglia, il suo sorriso, la curva della nuca sul lungo collo magro. Vede la rapidità, l’intelligenza, il rigore della donna. Non pensava che avrebbe aiutato il cardinale, ma a chiedere che c’è da perdere? È la prima volta che ve lo propongo, pensa, ma potrebbe non essere l’ultima.

C’è stato un momento in cui Anna gli ha rivolto tutta la sua attenzione: il suo sguardo corvino lo trafiggeva. Anche il re sa come guardarti: occhi azzurri, di una ingannevole mitezza. Sarà così anche fra loro? O si guarderanno in un altro modo? Per un istante gli è chiaro, poi non più. È in piedi accanto alla finestra. Alcuni storni si posano fra le gemme nere di un albero spoglio. Poi, come gemme nere che si schiudano, gli uccelli aprono le ali: le sbattono, cinguettano, mettono in moto ogni cosa, l’aria, le ali, le note nere di una tastiera. Si rende conto di osservarli con piacere: che un qualcosa di pressoché svanito, timido cenno verso il futuro, è pronto ad accogliere la primavera. In modo contenuto e disperato non vede l’ora che arrivi la Pasqua, la fine del digiuno quaresimale, della penitenza. Oltre questo mondo nero ce n’è un altro: un mondo delle cose possibili, e in quel mondo, se Anna può essere regina, Cromwell può essere Cromwell. Lo vede, poi non più. È un breve attimo. Ma non si può cancellare un’intuizione. Non si può tornare al momento prima di averla avuta.

Ascolta il brano letto da Donatella Valente.

 

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