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Bestseller del passato: Salvator Gotta non fu solo “Giovinezza”

Eccoci al sesto episodio della serie sugli scrittori bestseller italiani. È la volta di Salvator Gotta scrittore dalla profonda piemontesità e dal talento infinito che abbraccia tutti i generi dell’industria culturale: dalla narrativa, ai libri per ragazzi, alla saggistica, al cinema, alla televisione, al fumetto, al giornalismo.

Bestseller del passato: Salvator Gotta non fu solo “Giovinezza”

Apprezzato dal regime, che lo premiò con un cospicuo vitalizio e per il quale compose le parole di Giovinezza!, fu in realtà, da buon sabaudo, più monarchico che fascista e si rifiutò decisamente di aderire alla Repubblica sociale che bandì sue opere. Tra il fascismo e il dopoguerra c’è una continuità nella sua produzione letteraria e nel gradimento del pubblico che altri autori dei bestseller d’anteguerra compromessi con il regime, non possono vantare. Longevo,continuò a scrivere fino alla morte. Alcune sue opere hanno indubbiamente quell’impostazione e quel ritmo che le rende cinematografiche tant’è che il cinema ha prodotto molti adattamenti dalle sue storie, nonostante che lo scrittore non avesse molta simpatia per il mezzo. Uno scrittore che la generazione dei baby boomers riesce ancora a ricordare senza bisogno di Google.

Nei travagliati anni della guerra e del primo dopoguerra, che furono un’autentica fucina di romanzieri di successo popolare, doveva rivelarsi al grande pubblico un altro scrittore dalla inesauribile vena artistica: Salvator Gotta. La sua straordinaria creatività avrebbe dato luogo a oltre 70 romanzi, e si sarebbe estesa ad altri settori affini, come il teatro, il cinema, il giornalismo. E, perché no, sarebbe giunta anche a qualcosa di assolutamente inedito, la composizione dell’inno ufficiale del regime, Giovinezza. Salvator Gotta è stato insomma un personaggio dalle mille sfaccettature: un narratore geniale e instancabile, sicuramente, ma molte altre cose ancora.

La vita

Nasce nel 1887 vicino a Torino. Proviene da una famiglia di tutto rispetto, il padre è un magistrato e la madre, Luigia Pavese, discende da una famiglia “colta”, legata a quella di Cesare Pavese. Compie gli studi classici e si laurea sia in giurisprudenza che in lettere.

La carriera professionale inizia come avvocato in uno studio di Ivrea. È il settore verso cui lo indirizza, ovviamente, il genitore. Ma il mondo che lo attrae irresistibilmente è quello delle lettere, frequentato sin dagli anni universitari, tanto che alla professione forense accompagna quella di collaboratore di giornali e riviste. Compone anche scritti giovanili pubblicati a sue spese, come avviene per una raccolta di novelle nelle quali si respirano atmosfere vagamente crepuscolari, forse ispirate dalla amicizia e dalla frequentazione di Guido Gozzano, suo compagno di studi all’università.

Il difficile esordio narrativo

Nel 1912, all’età di 25 anni, esordisce con un romanzo, Pia, cui fanno seguito altre opere di scarsa importanza, a dire il vero. Ma incombe la guerra e nel 1915 Gotta si arruola volontario e partecipa alle operazioni militari senza mai tirarsi indietro, tanto da meritare persino una medaglia d’argento al valore. L’esperienza nell’esercito gli sarà utile una diecina d’anni dopo, quando darà alle stampe il libro per ragazzi più in linea con gli intenti educativi del fascismo: Il piccolo alpino. Niente a che vedere con gli irrequieti Pinocchio e Gian Burrasca, troppo trasgressivi, né con Cuore, troppo sdolcinato per la mitologia del regime. Giacomino Rasi, invece, il protagonista del romanzo, diventa l’incarnazione perfetta del piccolo fascista. Il successo è immediato e di grandi proporzioni, che lo stesso Gotta a fine anni Cinquanta sintetizza nelle sue memorie ( l’Almanacco di Gotta) in oltre 400.000 copie vendute, che per i tempi non sono certo poca cosa.

Sulla stessa scia, e segnati ancor più dalla mitologia colonialista, nazionalista e fascista, si posizionano anche i due “sequel”: L’altra guerra del piccolo alpino del 1935 e Il piccolo legionario in Africa Orientale del 1938. Essi mostrano da una parte l’aderenza dell’autore all’ideologia del regime e dall’altra la predilezione per le opere seriali.

Di questa sua predilezione per la serialità i lettori si erano già accorti da tempo, dato che lo scrittore aveva iniziato nel 1917 la serie più corposa della “letteratura” italiana di tutti i tempi: “La saga dei Vela”.

I tre volumi Mondadori, pubblicati nel 1954, che contengono i 13 romanzi della La saga de I Vela. Cento anni di vita d’una famiglia italiana, (1850–1950). Il primo volume contiene Preludio romantico, La nostra passione, Il sole sui campi. Il secondo: Tempo della regina Margherita, Il figlio inquieto, La più bella donna del mondo, La prima guerra mondiale, L’amante provinciale. Il terzo: Tre mondi, Lula, Il peccato originale, I sensitivi, Domani a te. Nel 1965 si aggiunge L’ultimo dei Vela.

La saga dei Vela: la più lunga della letteratura italiana

La saga di Vela consta di ben 22 romanzi, poi ridotti a 13 quando verrà riproposta, rimaneggiata, a metà anni cinquanta, in tre grossi volumi Mondadori. La serie inizia con Il figlio inquieto del 1917 e si sviluppa fino al 1954, quando esce l’opera conclusiva. È una lunga carrellata di romanzi, che coprono un secolo di vita e di storia italiane, dal 1850 al 1950: un ciclo che non trova riscontro nel nostro paese, dato che allora si arrivava in genere a trilogie o a quadrilogie, ma una serie di romanzi non polizieschi così lunga non si era mai avuta, né si sarebbe vista in seguito.

Negli anni Trenta Gotta è saldamente nel cuore dei lettori insieme a Brocchi, D’Ambra e Milanesi, mentre Da Verona sta declinando, Pitigrilli pubblica solo un paio di libri e Mariani è fuggito in Sud America.

L’avventura nel cinema

Il film del 1934 La signora di tutti diretti da Max Ophüls con Miranda Memo Benassi è tratto da un racconto di Salvator Gotta. Questa produzione segna il debutto importante di Isa Miranda, che grazie a questa pellicola diviene una stella di prima grandezza del cinema italiano dell’epoca. L’omonima canzone divenne un grande hit nazionale.

Oltre ai romanzi, ai quali è obbligato per contratto a comporne uno l’anno ( ma in realtà saranno di più), Gotta si dedica anche al teatro e al cinema. Al 1936 risale La damigella di Bard, suo maggiore successo teatrale, trasposto nello stesso anno in film diretto da Mario Mattoli e interpretato da un’appassionata Emma Gramatica.

Il cinema gli deve sicuramente molto in quegli anni; la sua versatilità nella scrittura si rivela una miniera inesauribile per il grande schermo. Dai suoi romanzi vengono tratti alcuni soggetti per pellicole di grande successo, come avviene per La signora di tutti. Gotta aveva scritto il romanzo per una rivista, “Novella”, su invito di uno dei fondatori, Tomaso Monicelli, il padre del regista Mario Monicelli, sodale, nonché cognato, di Arnoldo Mondadori, che ne aveva sposato la sorella Andreina. In seguito alla pubblicazione del romanzo, il settimanale balza subito dalle 180 mila alle 250 mila copie. Il libro viene poi trasposto in film, per la regia di M. Ophuls nel 1934, interpretato da Isa Miranda e Memo Benassi, è premiato al festival di Venezia e ottiene un grande successo. Degni di essere ricordati sono anche Cavalleria, diretto da G.Alessandrini nel 1936, Addio giovinezza nel 1940, La fuggitiva nel 1941.

Il successo per Gotta è insomma garantito, qualunque cosa tocchi. Certo, non si parla delle centinaia di migliaia di copie a titolo come per i grandi best seller di Da Verona o di Pitigrilli, né delle 150.000 e passa copie dei maggiori successi di Brocchi, ma di tirature oscillanti dalle 70 alle 80.000 copie per i titoli più fortunati, che scendono poi alle 20–30.000 copie per quelli meno famosi. Il che però, moltiplicato per le decine e decine di opere che dà alle stampe, non è poco per il periodo.

e anche per la televisione

Va poi detto che i libri di Gotta continuano a circolare a lungo anche dopo la caduta del regime, cosa che non avviene in ugual misura per i suoi colleghi di scrittura. Inoltre alcune sue opere vengono adattate per il piccolo schermo sino a fine anni Ottanta. Ricordiamo, a questo proposito, la riduzione televisiva che fa Anton Giulio Majano nel 1959 del suo Ottocento, con Sergio Fantoni, Lea Padovani e una giovane Virna Lisi: uno sceneggiato in cinque puntate che all’epoca è molto apprezzato dal pubblico anche per la fedeltà al contesto storico, la cura della sceneggiatura, l’attenzione ai particolari, all’ambientazione, agli abiti, ai personaggi. È del resto quello risorgimentale il mondo che Gotta ama profondamente, che avrebbe a lungo descritto e al quale si era preparato con studi minuziosi.

Dopo alcuni anni, nel 1967, per la regia di Piero Schivazappa, esce un altro sceneggiato per la TV ricavato da sue opere, stavolta dedicato a Cavour, interpretato da Renzo Palmer. Nel 1986, infine, viene trasmessa con buon successo di pubblico una riduzione televisiva del Piccolo alpino, intitolata Mino, per la regia di Gianfranco Albano.

Uno scrittore tutto sommato rassicurante per il regime

Con Brocchi, D’Ambra e Milanesi, Gotta condivide anche una certa simpatia del regime, nonostante fra loro vi siano posizioni politiche non del tutto allineate a quelle del fascismo. Virgilio Brocchi, per esempio, è di provata fede socialista, sia pur riformista e umanitaria, ma è sdoganato da Mondadori, del quale rappresenta, in quegli anni, la punta di diamante.

I romanzi di questi narratori trasmettono dei contenuti tutto sommato rassicuranti per le autorità governative e molto apprezzati dai lettori. Da Verona, Pitigrilli e Mariani sono invece per un motivo o per l’altro dei narratori più “trasgressivi” , più pericolosi, anche se Pitigrilli è una spia del regime, un agente segreto della polizia politica, l’OVRA.

E il regime non si scorderà mai di loro, li appoggia, li sostiene, ne promuove l’opera presso il pubblico, li premia, concede a D’Ambra e a Gotta, la nomina a membri dell’Accademia d’Italia, carica prestigiosissima, dotata di un appannaggio mensile di 3.000 lire al mese, quando un terzo della somma rappresenta il sogno di un italiano medio ( ‘Se potessi avere 1000 lire al mese….’) . E poi Gotta non aveva composto nel 1925 quello che era diventato l’inno ufficiale del regime, Giovinezza? L’aveva fatto su invito di un musicista amico, Giuseppe Blanc, suo compagno di scuola, che cercava le parole adatte alla marcia ( fra l’altro utilizzata prima per un canto goliardico su parole di Nino Oxilia, poi come inno degli arditi durante la guerra e nel 1919 come inno degli squadristi). In brevissimo tempo Gotta aveva sfornato il testo che durante il fascismo tutti cantarono.

Più monarchico che fascista

Tuttavia l’adesione di Gotta al fascismo è una conseguenza di quella verso la monarchia, che per un torinese come lui è naturale e quasi d’obbligo. Tant’è vero che lo scrittore, da buon monarchico, non aderisce alla repubblica sociale di Salò e passa per mezzo traditore, al punto che in quello scorcio di fine guerra viene vietata la circolazione dei suoi libri.

Per evitare comunque problemi, e i bombardamenti durante la guerra, Gotta si trasferisce da Milano a Portofino, nella sua “villa degli aranci”, dove trascorreva da un ventennio il periodo estivo. E lì continua a dare sfogo alla sua prorompente creatività letteraria. In tre anni vi compone una diecina di romanzi.

La ripresa dopo la guerra

Nel corso degli anni Cinquanta Gotta, inesauribile e infaticabile, riprende la penna in mano e attende, fra le altre cose, anche alla composizione di libri romanzati di storia risorgimentale, la sua autentica e genuina passione, che si concretizza in volumi come Camicie rosse 1860, Cavour: uomo e genio, Italia 1861.

Ma, si diceva, la sua vena creativa non si esaurisce nei romanzi. E lui, che già aveva collaborato a varie riviste e quotidiani, tanto da essere stato a lungo articolista del “Corriere della sera”, oramai ultrasettantenne trova il modo di fare di nuovo breccia nel cuore dei lettori. Questi non sono più quelli di una volta, adesso sono abituati ad altri tipi di scrittura, ad altre storie, e per loro quelle di un tempo appaiono oramai inesorabilmente superate. I suoi nuovi lettori adesso sono i loro figli e i loro nipoti: i piccoli lettori di… Topolino. Per questi ragazzi Gotta tiene per lunghi anni, fino quasi alla morte, la rubrica delle lettere “Salvator Gotta risponde a …”, dove disserta di argomenti di storia, cultura, attualità, varia umanità, talvolta anche su tematiche impegnative, riscuotendo, ancora una volta, un grande successo.

Muore nel 1980 all’età di 93 anni.

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