6 July, 2020
 

Borsino degli artisti: Gianni Piacentino, l’estetica visionaria della tecnica

Nel panorama artistico della seconda metà del XX secolo, non sono molti gli autori che hanno intenzionalmente e consapevolmente rifiutato qualsiasi allineamento a scuole e tendenze, per fare della coerenza distintiva la ragione del proprio percorso. Aliena a qualsiasi classificazione definitiva e univoca, eppure non da oggi sempre più internazionalmente nota e popolare, l’arte di Gianni Piacentino (Coazze – To 1945) – Scrive Francesca Pola nel catalogo di una recente personale dell’artista da lei curata – appartiene a questo ristretto ambito, con la qualità altissima e senza compromessi di un tracciato creativo che non ha conosciuto flessioni e ripensamenti, ma con continuità e tenacia ha perseguito la propria visione di fondo attraverso i decenni, a prescindere dalle mode del proprio tempo, spesso precorrendone attitudini e aspirazioni. Quella di Piacentino, riconosciuto come una delle figure più interessanti e uniche del panorama artistico internazionale, è una visione artistica inimitabile perché personalissima, connotata da un altissimo grado di perizia tecnico-esecutiva e da una peculiare modalità inventiva, fondata sul controllo meticoloso di ogni singola fase ideativa e realizzativa. In essa, è la consapevolezza di ogni istante creativo a modificare e generare soluzioni d’immagine sempre nuove.

Metallic MA FF (Model ’65), 2017

Inizialmente associato al movimento dell’Arte Povera, ha partecipato alle prime mostre del gruppo presso la galleria Gian Enzo Sperone di Torino nel 1966 e, in particolare ad “Arte Povera Più Azioni Povere” presso l’ex arsenale di Amalfi nel 1968  e alla mostra “Prospect ‘68” alla Kunsthalle di Düsseldorf. Ma la sua stagione “poverista” dura poco. Ben presto Piacentino sviluppa un suo linguaggio, “autonomo e riconoscibile” dove simboli e forme geometriche dei suoi primissimi lavori, lasciano prima il posto a oggetti di uso quotidiano e successivamente, verso la fine degli anni ’60, le sue sculture minimaliste vanno assumendo forme aerodinamiche che indagano, ma sarebbe meglio dire celebrano, il mito della velocità e dei motori, il movimento e la dinamicità della macchina. “Ero un pignolo incredibile e coraggioso al limite dell’aggressività, culturalmente molto preparato e mi accorsi che gli artisti dell’Arte Povera facevano tutti lo stesso lavoro, non riuscivi più a distinguerli. Questo forse è tipico delle grandi innovazioni, ma a me non piace”, racconta l’artista in una intervista al critico Giacinto Dipietrantonio. “Poi c’erano sempre questioni di comportamento, perché quando comincia a venire fuori la possibilità di poter guadagnare e di costruirsi un piccolo potere vengono fuori i veri caratteri delle persone, mentre a me piace la competizione vera, quella in cui vince chi arriva primo e allora ho cominciato a correre in moto partecipando ai campionati di sidecar a livello italiano ed europeo per dieci anni, classificandomi sempre fra i primi tre in Italia. Comunque, la rottura vera avvenne con la mostra di Amalfi, Arte Povera Azioni Povere nel 1968. Ci fu un dibattito in cui Dorfles disse: “Signori qui ci sono tre artisti che non c’entrano niente, Paolini, Fabro e Piacentino”. Infatti, era un discorso che non faceva una grinza. Ma incominciai a sentire il fastidio per tutto questo parlare che mi sembrava gia accademia. Poi ho litigato anche con Sperone per via della mostra del Deposito dell’Arte Presente in cui un mio tavolo veniva messo in un angolo per mettere in evidenza lavori più da Arte Povera. Allora mi sono messo a restaurare una vecchia moto e ho iniziato a fare dei modellini di veicoli. Ci fu una persona di grande cultura, Marcello Levi, a cui piacevano i miei lavori tanto che me li finanziò, e ovviamente con i primi soldi mi comprai la moto. Dopo è venuto Toselli che mi ha chiesto di fare una mostra, quella del ’69. Ma prima o poi finivo per litigare, per motivi di correttezza, con tutti, anche se questo alla lunga non ha inficiato i miei rapporti sul piano umano con nessuno”. 

“WARM GRAY, SILVER, BLACK TRIANGLE VEHICLE” 1971
Nitro-acrylic enamel on wood and iron, chrome plated brass
cm. 30,5 x 283,5 x 131,5 (assembled in 7 pieces, wheels: Ø cm. 19.)

Abbandonato il gruppo,  Piacentino – scrive il critico Andrea Bellini in occasione della mostra presso il Centro d’Arte Contemporanea di Ginevra, la prima retrospettiva all’estero dell’artista italiano andata in scena nel 2013 – decide di indirizzare il proprio lavoro d’artista su quelle che sono le sue vere passioni: la competizione, la velocità, il modellismo e il collezionismo. Comincia a costruire un mondo, una cosmogonia meccanica ed eroica, all’interno della quale egli trova il senso stesso del suo operare e del suo vivere. L’opera è un’estensione della propria personalità e delle proprie ossessioni. Le sue sculture diventano oggetti di affezione, proiezioni concrete di un comportamento al limite del maniacale. “In fondo l’arte mi ha insegnato a diventare artigiano”, spiegava l’artista, in una intervista, sottolineando come fosse “affascinato moltissimo” dall’estetica della tecnica e da “tutto ciò che funziona”. 

A partire dal 1969 si dedica quindi alla realizzazione di decine di prototipi di monopattini e a tutta una vasta gamma di curiosi veicoli a due e tre ruote. Sono mezzi di trasporto ideali, senza alcuna funzione, caratterizzati da forme aereodinamiche e da colori e decorazioni raffinate. Gli stessi metalli impiegati hanno una valenza pittorica e decorativa: basti guardare al modo nel quale sono associati in piccoli dettagli l’oro, l’argento, il rame, il cromo e il nichel. I veicoli, nelle loro variazioni formali fanno riferimento a un’estetica che spazia dalle prime auto da competizione del secolo scorso a quelle più moderne, dalle fusoliere dei primi aeroplani ai monopattini, dai serbatoi delle moto degli anni Venti e Trenta fino a quelli più recenti. 

Gianni Piacentino

L’opera di Piacentino si svolge nel corso dei decenni successivi all’insegna di una costante variazione attorno allo stesso tema, in una dimensione quasi atemporale e circolare. Come altri artisti – penso ancora a John McCracken – che hanno letteralmente “costruito” il proprio lavoro all’interno di una precisa “logica del fare”, Piacentino è rimasto nel tempo fondamentalmente fedele a se stesso. Il suo è un lavoro che resta orgogliosamente al di fuori del dibattito delle avanguardie, rimane cioè concretamente legato ad un fare artigianale, il cui processo inventivo sembra in ultima analisi legato all’aggiornamento delle tecniche e dei materiali impiegati.

Symmetrical Combine (Lower Perspective) II, 1979-80. 

Acrylic on canvas, painted aluminum and iron, chrome-plated brass, 182 x 560 x 14 cm (assembled in 3 pieces on the wall). 

Courtesy Gianni Piacentino; Cardi Milano.

Delle avanguardie degli anni Sessanta egli non comprende infatti il problema della volontà di rottura rispetto al passato e dell’uscita dall’estetica: a suo avviso l’arte deve essere bella, magari preziosa,  deve essere il frutto della “mente e insieme della mano”. In questo senso l’opera di Piacentino rivela un carattere letteralmente scismatico rispetto alle diverse correnti artistiche a cavallo degli anni 70.  Il recupero del design proto-industriale, l’approccio freddo nei confronti dell’opera, l’esaltazione di valori estetici impersonali e razionali, fanno dell’artista un anticipatore del filone neo-oggettuale degli anni Ottanta. 

Intensa, soprattutto negli ultimi anni, la sua attività espositiva in Italia e all’estero. Nel 2013, presso il Centro d’Arte Contemporanea di Ginevra, è andata in scena una grande  retrospettiva dell’artista. Dal 5 novembre al 10 gennaio 2016, la Fondazione Prada, ha ospitato un’importante antologica dell’opera di Piacentino curata da Germano Celant. Il lavoro di Piacentino è stato anche  esposto presso la Fondazione Giuliani di Roma, la Metropolitan Art Society di Beirut, il Museum of Contemporary Art di Chicago (2009), il MoMA PS1 di New York (1997), il Centro de Arte Reina Sofía di Madrid (1990), la Gesellschaft für Aktuelle Kunst di Bremen (1981), Nationalgalerie di Berlino (1978), Palais des Beaux Arts di Bruxelles (1972), University Museum di Sydney (1971), Museum am Ostwall di Dortmund (1971). Ha partecipato  a Documenta 6 di Kassel (1977) e alla XLV Biennale di Venezia (1993).  I suoi lavori sono entrati in prestigiose collezioni pubbliche e private, in Italia e all’estero. È accademico di San Luca dal 2009.

Works 1966-2017. 

Exhibition view at Galleria Mucciaccia, Roma 2017

Mercato e prezzi

Per molto tempo, troppo, trascurato dal mercato, nonostante la costante attenzione della critica che segue con interesse il suo lavoro fin dagli esordi, negli anni sessanta. Sul versante delle aste, ad oggi si contano oltre 150 passaggi (Fonte Artprice) nelle diverse tipologie ( circa il 40% all’estero, principalmente negli Usa e nel Regno Unito)  con una percentuale di invenduto che nel 2018 ha superato il 50% (stampe escluse) e con un fatturato che ha sfiorato 85 mila euro. Nel 2014, anche grazie alla grande retrospettiva al Centre d’art contemporain di Ginevvra (2013), il ricavato delle vendite all’incanto aveva superato 180 mila euro. In galleria le quotazioni sono decisamente più sostenute, soprattutto dopo la recente personale alla Fondazione Prada che ha riacceso i riflettori del collezionismo internazionale sul lavoro dell’artista torinese. In una esauriente antologica, andata in scena alla galleria Mucciaccia di Roma fino a gennaio 2019, venivano offerte una trentina di opere, realizzate dal 1966 ad oggi,  rappresentative dell’intera ricerca di Piacentino, a prezzi che variavano da 50 mila  a oltre 350 mila euro, a seconda del periodo, della tipologia, della tecnica usata e delle dimensioni. Cifre di tutto rispetto, anche se ancora lontane da quelle che si pagano per acquistare un lavoro di alcuni  grandi interpreti del minimalismo internazionale.

Gallerie: i lavori di Gianni Piacentino sono trattati dalla galleria Mucciaccia con sedi a Roma, Londra, Singapore e Cortina (06.69923801); De Foscherari di Bologna ( 051-221308) e Michael Werner con sedi a Londra e New York. Suoi lavori tuttavia si possono trovare anche in primarie gallerie italiane e straniere.

Top price in asta: “Bivest + 1″, 1965 – Acrilico/3 toiles, 110,5 x 216,3 cm.- è passato di mano da Christie’s Milano a 86 mila euro (diritti compresi) nell’aprile del 2013. “Sbarra decorata firmata “, 1970 – Scultura (polyester-coated and painted wood) 18 x 251,3 x 6 cm. – è stata aggiudicata a 57.166 euro da Christie’s a Londra nel febbraio 2014. Blue Amaranth Iridescent Frame Vehicl”, 1971 – Tecnica mista scultura (tube en fer peint, acier, caoutchouc, acajou) 68 x 316 x 35 cm. è stata battuta da Christie’s a Milano 57.900 euro nell’aprile 2014.

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Giornalista professionista con una lunga esperienza nel settore economico e finanziario. Già inviato speciale e poi responsabile della redazione economica dell’AGI (Agenzia Giornalistica Italia). Collezionista ed esperto di arte moderna e contemporanea. Una passione (insieme a quella del golf) che condivide con la moglie Nunzia e maturata anche grazie all'amicizia e alla frequentazione di grandi Maestri e sapienti galleristi. Per oltre sette anni ha tenuto la rubrica “D’Autore” sul mensile delle F.S. “La Freccia” e in qualità di Art Advisor segue alcune importanti collezioni private. L’irresistibile fascino del mercato lo ha spinto a tentare questa nuova avventura.

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