26 November, 2020
 

Cinema: Doppio sospetto, un thriller alla Hitchcock

Voto dell’autore:

Risultato immagini per tre stelle su cinque

Due famiglie borghesi, benestanti e felici si trovano improvvisamente in un vortice di sciagura e violenza. Questa la trama di Doppio sospetto, firmato alla regia dal belga Olivier Masset-Depasse, un nome pressoché sconosciuto nelle sale italiane come pure il cinema del suo Paese del quale non abbiamo molta memoria di titoli e autori di particolare successo. In questo caso, ci dobbiamo ricredere: si tratta di un film di qualità molto elevata come raramente capita di vedere. Funziona tutto alla perfezione a partire dalla sceneggiatura per arrivare alla recitazione. 

La storia è credibile a tal punto che sorge la domanda se è tratta da fatti realmente accaduti per quanto appare nella sua “normale” drammaticità. Possono succedere, infatti, situazioni imprevedibili che possono fare da innesco a conflitti spaventosi tra gli individui, pure quando sono apparentemente molto legati tra loro. In queste circostanze, può emergere dagli abissi della propria personalità qualcosa che mai e nessuno avrebbe potuto immaginare che potesse esistere. Questa, forse, la vera trama del film. 

Ci troviamo in una anonima cittadina del Nord Europa, in un periodo riconducibile intorno agli anni ’70, in una villetta composta di due case gemelle appaiate e confinanti dove vivono due famiglie molto simili tra loro. Entrambe le famiglie hanno un figlio e ad uno di loro succederà una disgrazia. Da quel momento si scatena una sequenza di avvenimenti che condurrà alla tragedia finale che, ovviamente, non vi riveleremo. Tutto inizia con un sospetto, con il dubbio che i fatti avvenuti non siano casuali ma che almeno ci sia una responsabilità indiretta.

Si tratta di un thriller psicologico complesso e raffinato, violento e spietato, dove non è affatto facile intuire da che parte si colloca il bene e dove il male e chi, tra i protagonisti, è il buono e chi il cattivo. La storia si dipana in un crescendo di ansia e tensione che non lascia pausa. Ognuno è al posto giusto (gli attori di grande capacità, in particolare le due bravissime donne protagoniste: Veerle Baetens e Anne Coesens) e i tempi narrativi sono del tutto coerenti. Anche le immagini sono curate ai limiti della perfezione e mentre scorrevano sullo schermo ci siamo chiesti perché, pur trattandosi di una vicenda romanzata, collocarla in un tempo così ben definito, gli anni ’70, e rappresentarli con tale precisione.

Il risultato è sorprendente e si capisce bene perché questo film ha meritato tanta attenzione sulla scena internazionale (è uscito nel 2018 al Toronto Film Festival). Il finale lascia moti interrogativi non tanto sulla sua plausibilità che pure è sostenibile, quanto invece su un senso di amarezza difficile da interpretare.  

In un momento cinematografico di scarsità di titoli di qualità (aggiungiamo pure di assenza da parte della produzione nazionale) questo film merita grande attenzione. Non ci vorremmo azzardare in paragoni eccessivi ma difficile non pensare ad un maestro di questo genere: Alfred Hitchcock. Parliamo di un genere di film non facile da realizzare ma che, per nostra fortuna, ogni tanto qualcuno ci riesce.  

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Nasce nel 1953 a Roma, dove si laurea in Sociologia presso l'Università La Sapienza. Nel 1986 consegue, in Confindustria, un Master in comunicazione di impresa e nel 1996 frequenta un Corso di comunicazione e immagine presso la Scuola di Management LUISS. Iscritto all’Albo Nazionale dei giornalisti nel 1983, lavora come redattore del settimanale “Nord Sud” e del mensile “Quale Impresa” di Confindustria, di cui sarà anche coordinatore. Responsabile delle relazioni esterne dei Giovani Imprenditori di Confindustria, successivamente lavora nello stesso ambito con Italimprese. Nel 1991 viene assunto in Rai, svolgendo incarichi in diversi ambiti, dai rapporti con l'AgCom alla struttura presso il Quirinale; dallo Staff del Direttore Generale alle Relazioni esterne e comunicazione di RaiUno, Rai Giubileo, Rai World, Rai Pubblicità, ed infine Ray Way. È stato Docente incaricato presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università della Tuscia e Cultore della materia alla Facoltà di Scienze della Comunicazione della Sapienza. Responsabile delle relazioni esterne di Rai Way, dal 2003 è stato Presidente della Associazione "Tv e Minori" e Direttore responsabile della rivista bimestrale “Tv e Minori”. Critico cinematografico - SNCII.

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