1 October, 2020
 

Cinema: il capolavoro di Loach contro la società di Amazon

Giudizio dell’autore:

Risultati immagini per 4 stelle su cinque

Una semplice, drammatica, universale, storia di una famiglia in crisi sotto i colpi di una nuova economia spesso feroce, cinica e spietata. È la storia di una padre, un marito, che per tirare avanti e cercare una prospettiva per i figli, accetta un “non lavoro” cioè senza contratto, senza tutele, senza garanzie di nessun tipo dove dovrebbe essere “imprenditore di se stesso” ma in realtà è un moderno schiavo di un mercato selvaggio e senza regole. Questa la storia di Sorry, We missed You di Ken Loach che ancora, ad oltre 80 anni di età, è in grado di proporre un film in grado di scardinare il buonismo esistenziale, le sdolcinatezze da cartone animato, il perbenismo del “polically correct” di tanto cinema contemporaneo per riportarci con i piedi saldamente per terra.

Loach non solo è in grado di sapere di usare in modo magistrale tutti gli strumenti del cinema, dalla sceneggiatura (scritta da Paul Laverty) agli attori passando per la corretta formalità delle immagini, ma è capace inoltre di cogliere l’attimo fuggente di una umanità sofferente in tutte le dimensioni sociali, geografiche e culturali e di saper indirizzare bene le responsabilità. Raccontare con le immagini, l’essenza pura del cinema, è tutta qui. Come ha scritto un critico inglese, consiste nel sapere inserire nel racconto cinematografico quei dettagli … lo zampino del diavolo … di ordinaria quotidianità, di assoluta normalità, in grado di farti sentire pienamente “dentro” la storia.

Scatta in quel momento il cortocircuito del cinema: la partecipazione emotiva, il riconoscimento esistenziale, la trappola umana. Come quando, ad esempio, la protagonista si mette una crema al mentolo sotto le narici per poter meglio sopportare gli odori nauseanti cui è costretta dal proprio lavoro. A proposito di protagonisti: il padre e marito (da noi uno sconosciuto Kris Hitchen) è lineare e senza sbavature e ci ricorda ancora una volta la grande scuola di recitazione inglese; la madre (anche lei la sconosciuta Debbie Honeywood) non è da meno ma con una nota in più: è semplicemente magistrale, superba, capace di recitare come pochi, in grado di mettere in difficoltà lo spettatore nel distinguere la professione di attrice da quella di persona reale.

Il suo lavoro consiste nell’accudire persone anziane e disabili a domicilio pagata a cottimo: un inferno che pone in discussione tanto di noi, del nostro presente e del nostro futuro, da soli in casa o relegati in un ospizio. Anche i due giovani figli meritano attenzione. Ma il personaggio che attira pari attenzione, non solo per le caratteristiche professionali, è lo spietato e vigliacco Maloni, il datore di lavoro, che pur di realizzare profitti venderebbe a quattro soldi padre e madre al mercatino dell’usato.

È la quintessenza del cinismo sociale, la rappresentazione plastica, iconica, della nostra era segnata dalla “velocità di consegna” del tutto e subito alla porta di casa, del chissenefrega se stai male e se perdi il dannato apparecchio scanner pure perché ti è stato rapinato e meriti una multa anche se non hai nessuna colpa. E poi, gli anziani, cioè coloro che tutti diverremo prima o poi, nella loro grigia e totale solitudine, abbandonati a più o meno solerti e coscienziose badanti. Per finire i giovani, costretti a 15 anni a cambiare città perché comunque “l’ c’è più lavoro” e che nel loro cellulare racchiudono “tutta la loro vita: immagini, persone, ricordi …”.

È un racconto che non ha un inizio e tantomeno una fine. Si conclude esattamente dove si era aperto, con la flebile speranza che “potrebbe andare meglio”. Non spetta al cinema, non è compito dei registi, risolvere i problemi del mondo: possono dare solo una mano a riconoscerli, a comprenderli e non è cosa da poco.

Ken Loach con questo film mena calci cinematografici che lasciano il segno: potrà piacere o meno ma non gli si può non riconoscere di essere tra i pochi registi in Europa che sanno intuire e sintetizzare sul grande schermo quello che altrimenti, per molti, è difficile da comprendere. È un buon inizio d’anno andare al cinema per vedere un lavoro del genere.

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Critico cinematografico - SNCII. Nasce nel 1953 a Roma, dove si laurea in Sociologia presso l'Università La Sapienza. Nel 1986 consegue, in Confindustria, un Master in comunicazione di impresa e nel 1996 frequenta un Corso di comunicazione e immagine presso la Scuola di Management LUISS. Iscritto all’Albo Nazionale dei giornalisti nel 1983, lavora come redattore del settimanale “Nord Sud” e del mensile “Quale Impresa” di Confindustria, di cui sarà anche coordinatore. Responsabile delle relazioni esterne dei Giovani Imprenditori di Confindustria, successivamente lavora nello stesso ambito con Italimprese. Nel 1991 viene assunto in Rai, svolgendo incarichi in diversi ambiti, dai rapporti con l'AgCom alla struttura presso il Quirinale; dallo Staff del Direttore Generale alle Relazioni esterne e comunicazione di RaiUno, Rai Giubileo, Rai World, Rai Pubblicità, ed infine Ray Way. Da aprile 2017 è Senior Advisor di Csc Vision. È stato Docente incaricato presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università della Tuscia e Cultore della materia alla Facoltà di Scienze della Comunicazione della Sapienza. Responsabile delle relazioni esterne di Rai Way, dal 2003 è stato Presidente della Associazione "Tv e Minori" e Direttore responsabile della rivista bimestrale “Tv e Minori”

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