30 September, 2020
 

Downtown Abbey al cinema: sembra il Gattopardo

Giudizio dell’autore:

Risultati immagini per tre stelle su cinque

La visita dei reali d’Inghilterra nel castello di una aristocratica famiglia nello Yorkshire riapre antichi dissapori e conflitti tra i vari livelli del palazzo: il piano superiore dove vivono i nobili e quello inferiore dove lavora la servitù. Downtown Abbey, firmato dal regista inglese Michael Engler, con una rilevante esperienza televisiva è il film che chiude la felicissima serie andata in onda con grande successo prima in Gran Bretagna e, con una certa sorpresa, negli Stati Uniti e nel resto del mondo. La storia cinematografica si racchiude tutta nel breve arco di tempo durante il quale, nel 1927, il re d’Inghilterra, Giorgio V e consorte si recano in visita di cortesia nella sfarzosa dimora della famiglia Grantham. Al suo interno convivono anime diverse, mondi separati che si trovano a condividere il comune destino di un sistema destinato a mutare profondamente. O forse no.

La vicenda si svolge in un periodo di grandi mutamenti: in Europa, dopo la prima guerra mondiale, si avvicinano i fantasmi del nazismo e del fascismo; le antiche aristocrazie che hanno governato il continente non sembrano più in grado di reggere la tensione politica e avvertono il sentore di una nuova era dove il loro ruolo potrebbe essere radicalmente ridimensionato. Al piano di sotto del castello, dove vive e lavora la servitù, si aggirano tensioni prima personali (intrighi amorosi) e poi politiche che vede da un lato la fedeltà alla corona e dall’altro la tentazione repubblicana (la questione irlandese). I due mondi, formalmente, comunicano tra loro ed hanno in comune lo stesso obiettivo: cercare di sopravvivere al nuovo che avanza. La vicenda vedrà tutti felici e contenti, almeno nelle sofisticate quanto formali apparenze.  

In ordine alcune osservazioni. Anzitutto tecniche: tutto è meravigliosamente ricostruito in modo impeccabile, la cura dei dettagli è oltremodo minuziosa e senza dubbio fascinosa. Gli inglesi sono maestri in questo lavoro. Per trovare qualcosa di simile nel nostro cinema è necessario ricordare Il Gattopardo di Luchino Visconti: la scena del ballo è quasi sovrapponibile. La recitazione non è da meno: si avverte subito una scuola di alto livello sia per i protagonisti principali sia per le comparse e i comprimari. La scrittura è colta e raffinata, seppure sempre orientata ad un versante della vicenda: come se i due mondi parlassero lingue diverse. Al piano di sopra arguti e sofisticati, al piano di sotto ruvidi ed essenziali.  

Invece, per quanto riguarda la natura, l’essenza, del film non sono poche le perplessità. Certamente, il successo televisivo è sufficiente a tacitare molte osservazioni critiche: il pubblico “potrebbe” avere sempre ragione e per diventare una delle serie più seguite nel mondo ci saranno pure tanti buoni motivi (la serie ha vinto molti premi: Emmy, Golden Globe). Certamente si premia la logica dell’intrigo, del conflitto, della tensione per il potere che da sempre ha affascinato tanta storia e  tanta letteratura. La dimensione narrativa a segmenti, intervallata e frantumata nello spazio e nel temo, propria delle produzioni seriali è la cifra della contemporaneità del mondo audiovisivo. Il cinema, però è altra cosa.

Presuppone anzitutto un racconto concluso, con una sua trama, con un suo inizio e una sua conclusione (salvo poter prevedere e anticipare un possibile sequel). In questo caso (non avendo visto nessuna puntata delle serie televisiva) ci dobbiamo accontentare di quello che passa il “castello”: uno spettacolo cinematografico leggero, senza infamia e senza lode, un prodotto destinato all’usa e getta del grande schermo, non aggiunge e non toglie nulla a quanto già visto in tante pellicole del genere. Il nostro Gattopardo, 1963, ha anticipato tutto di quasi mezzo secolo. Con la mentre a questo originale, difficile trovare di meglio. 

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Critico cinematografico - SNCII. Nasce nel 1953 a Roma, dove si laurea in Sociologia presso l'Università La Sapienza. Nel 1986 consegue, in Confindustria, un Master in comunicazione di impresa e nel 1996 frequenta un Corso di comunicazione e immagine presso la Scuola di Management LUISS. Iscritto all’Albo Nazionale dei giornalisti nel 1983, lavora come redattore del settimanale “Nord Sud” e del mensile “Quale Impresa” di Confindustria, di cui sarà anche coordinatore. Responsabile delle relazioni esterne dei Giovani Imprenditori di Confindustria, successivamente lavora nello stesso ambito con Italimprese. Nel 1991 viene assunto in Rai, svolgendo incarichi in diversi ambiti, dai rapporti con l'AgCom alla struttura presso il Quirinale; dallo Staff del Direttore Generale alle Relazioni esterne e comunicazione di RaiUno, Rai Giubileo, Rai World, Rai Pubblicità, ed infine Ray Way. Da aprile 2017 è Senior Advisor di Csc Vision. È stato Docente incaricato presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università della Tuscia e Cultore della materia alla Facoltà di Scienze della Comunicazione della Sapienza. Responsabile delle relazioni esterne di Rai Way, dal 2003 è stato Presidente della Associazione "Tv e Minori" e Direttore responsabile della rivista bimestrale “Tv e Minori”

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