6 July, 2020
 

Espressionismo, emozioni e paure di Edvard Munch

Edvard Munch per ritrarre la psiche dell’essere umano dipingeva le figure con lo sguardo nel vuoto; ricreava gli stati d’animo immersi nella tempesta usando i rossi accesi, i verdi “velenosi”, i mistici blu e il nero, colori con i quali rendeva verosimile lo stato d’animo delle persone che si ribellavano alle minacce interiori. Nel suo quadro più famoso, Il grido, lo sfondo nuvoloso rosso sangue esprimine il dolore profondo del soggetto che pare soffrire di ignoto orrore.

Nacque nel 1863 e passò l’intera infanzia ad Oslo, che allora si chiamava Cristiania, dove il padre esercitava la professione di medico. Sua madre morì di tubercolosi e Edvard aveva solo cinque anni quando Sophie, la sorella, si prese cura del giovane, il quale già manifestava segni di ossessione provocata dalla morbosità del padre per la religione. Sophie però si ammalò e morì quasi improvvisamente, e lasciò il ragazzo in uno stato emotivo piuttosto complesso. La morte per lui era diventata parte della sua vita al punto che lo perseguitò per sempre. Lavorò oltre un anno per realizzare il dipinto “Bimba malata” (probabilmente la sorella) graffiando e scolorando la tela più volte, quasi volesse punire il quadro stesso per lenire il suo dolore. Peraltro il quadro fu apprezzato per il soggetto, ma non per la tecnica, al punto che un critico ne parlò come un “soufflé di pesce in salsa d’aragosta“. Nonostante ciò Edvard lo riprese più volte, ispirando acqueforti che furono molto amate dal pubblico.

Nel 1889 espose 110 dipinti, e fu la sua prima personale dove dichiarò “Dipingo gente viva, che respira, che sente e soffre, ma soprattutto ama“, ed è per questo che tutte le sue opere hanno qualcosa di sacrale, come in chiesa si sente il bisogno di toglierti il cappello.

Vinse alcune borse di studio e questo gli consentì di viaggiare. A Parigi fu impressionato da come Gauguin ritraeva le figure.

Nel 1892 fu invitato a Berlino dove espose 55 opere, opere che suscitarono un tale scandalo che addirittura dopo una settimana chiusero la mostra. Questo fatto porto Edvard Munch alla celebrità grazie ad una sua ispirazione, concepì l’idea Arabesco della vita, una sorta di autobiografia pittorica dove magistralmente illustrò le gioie e i dolori dell’uomo. Seguì questa linea per oltre trent’anni, oltretutto riproponendo gli stessi soggetti molto spesso con titoli come Il bacio, La morte e la fanciulla, Il grido, e La danza della vita. 

Munch chiamava i suoi dipinti “figli” e per questo non vendeva facilmente le opere originali, dedicandosi invece a litografie e incisioni su legno. Usava prendere il dipinto e applicare la tecnica dell’incisione a puntasecca, e poi eliminando un particolare dopo l’altro ne faceva appunto una litografia, riducendo il soggetto all’essenziale.

Considerate per molto tempo riproduzioni meccaniche, grazie alla sua sovrapposizione di tecniche, furono successivamente riconosciute come vere e proprie opere d’arte.

Con l’arrivo dell’estate lasciava la vita da bohèmienne parigino per tornare in Norvegia, nel tranquillo villaggio di Aasgaardstrand, nel fiordo di Oslo, dove ritroviamo nei suoi dipinti le onde e la costa del luogo.

Munch non trovò mai la serenità d’animo: ossessioni e paure lo accompagnarono per tutta la vita.

Girò l’Europa per far conoscere le sue tele e divenne ben presto vittima dell’alcolismo, al punto che nel 1908 dovette farsi ricoverare per curarsi. Terminata la disintossicazione iniziò per l’artista un periodo più felice, il governo lo insegnì con il titolo di cavaliere di St.Olav, e a breve iniziò a lavorare su tele destinate all’aula Magna dell’Università di Oslo. Il tema che sviluppò fu la sete di sapere dell’uomo, raffigurò il sole come centralità dell’opera al punto che sembrava irradiare calore e energia.

Per il resto della vita cercò di isolarsi nella sua tenuta di Ekely, dove viveva come fosse recluso. Continuò a lavorare freneticamente ma senza mai vendere nulla. Quando morì – nel 1944 – all’età di 80 anni, la città di Oslo ricevette ben 1100 dipinti, 4500 disegni, e 18.000 stampe.

La vita di Munch ispirò molti letterati, fu anche il soggetto di un balletto e addirittura di un film. Edvard dipinse oltre 100 autoritratti che raffiguravano i suoi diversi stati d’animo, e arrivò a definire la sua vita meglio di chiunque altro: “L’Arte nasce dalla felicità e dal dolore, ma soprattutto dal dolore” “L’arte ha dato un senso alla mia vita, dove attraverso di essa ho cercato la luce che volevo portare agli altri”.

La luce di questo genio solitario è giunta al mondo per illuminarlo nel suo profondo. Le sue onde, che diventano nubi come pieghe delle figure, sono tanto potenti da portarci dentro una società nella quale prevale solo il senso tragico dell’esistenza.

Munch ci fa molto riflettere su quanto gli episodi negativi possono influenzare il corso della nostra vita. Ma di negativo c’è anche la frustrazione nel continuare a farsi cincondare da cose inutili e da persone insignificanti solo per un senso del dovere o di necessità, rinunciando infine, alla stessa vita.

Oggi la società si veste di illusione, la paura si tinge di colore, e si presenta nel buio mascherata di silenziosa angoscia. La capacità di un pittore come Munch è stata quella di esasperare le immagini traducendole in forme forti e colorate, dove il silenzio è un “urlo” incisivo, continuo, come la sua volontà di esprimersi.

Written by

Marika Lion, curatrice del magazine FIRST Arte. Specialista di arte XIX, XX secolo, contemporanea e mercato dell’arte. Opera nel settore dell’Art Heritage Management e nello specifico in area patrimoniale, collezionista e curatore di mostre d’arte. Docente universitario in Economia dell’Arte, Marketing e Comunicazione degli eventi culturali e strategie di comunicazione per la valorizzazione e promozione di patrimoni artistico culturali. Autore di libri e responsabile di collane editoriali dedicate all’arte.

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