9 August, 2020
 

Luciano Zuccoli, il romanziere a cavallo fra due generazioni

Eccoci al 22° episodio della serie degli autori best seller italiani che oggi dice poco ai molti, ma fu in grandissimo spolvero nei primi trenta anni del Novecento, Luciano Zuccoli. Il 1929 è l’anno in cui compare, fra le altre innumerevoli cose più degne di essere ricordate, la figura del commissario Maigret, Moravia pubblica Gli Indifferenti e Thomas Mann riceve il premio Nobel per la letteratura. Ma è anche l’anno in cui muore uno scrittore che ai suoi tempi ne aveva fatte di cotte e di crude, oltre a riscuotere un grande successo di pubblico: Luciano Zuccoli.

Oggi, come capita quando si parla di scrittori di successo commerciale di un secolo fa, nessuno sa più chi sia stato; ma ai suoi tempi fece parlare molto di sé. Altroché!

A cavallo fra due generazioni

Erano quelli gli anni nei quali da un lato si andavano spegnendo le voci più rinomate della generazione di romanzieri di successo di fine Ottocento, da De Amicis a Fogazzaro, da Rovetta a Barrili e Farina. Dall’altro non si era ancora affermata la generazione successiva, quella dei Da Verona, Mariani, Pitigrilli, Brocchi, Gotta, Milanesi e D’Ambra, che sarebbe stata la protagonista delle cronache librarie dagli anni Venti in poi. Luciano Zuccoli si trovò nel mezzo, a fare da trait-d’union fra questi due mondi e a impersonare il ruolo del maestro, universalmente riconosciuto, di questa seconda generazione. Fu un romanziere di successo, in virtù di una trentina di opere, alcune segnate da una fortuna straordinaria, inferiore solo, e in maniera abbastanza ravvicinata, a quelle di Pitigrilli e di Da Verona, che allora registravano il picco delle preferenze.

Diciamo che dopo la loro fortuna, che da un punto di vista librario fu davvero epocale, venne quella di Zuccoli, che si poneva come ottimo secondo, alla pari di pochi altri autori seriali di best seller.

La lunga attività di narratore

La sua attività di narratore inizia in pieno stile dannunziano nel 1893, con I lussuriosi; si concluderà nel 1927 con I ragazzi se ne vanno: 35 anni di produzione scandita da una trentina di libri, in media uno l’anno. Fra i suoi romanzi più amati dai lettori ricordiamo, La freccia nel fianco del 1913, che nel 1945 avrebbe raggiunto il centocinquantesimo migliaio, cifra di tutto rispetto per l’epoca, L’amore di Loredana del 1908, L’amore non c’è più del 1916, I Drusba del 1921, Le cose più grandi di lui del 1922.

La capacità di ritrarre la società brillante dell’epoca e la delicata figura femminile

Dei suoi libri, che allietavano le giornate e la fantasia dei lettori dell’epoca, non tutto è da buttare, come a volte si tende a fare quando si ha a che fare con anticaglie del passato, date per morte prima ancora di sapere di cosa si tratti esattamente. In particolare di lui va ricordata la capacità di rappresentare la società brillante dell’epoca, la delicata e fragile figura femminile, il fascino che sapeva suscitare nei cuori degli adolescenti. Uno dei temi a lui più congeniali fu proprio quello del travagliato percorso sentimentale dalla prima giovinezza, venata di immagini e atmosfere di sensuale lascivia, alla maturità affettiva.

Certe descrizioni di atteggiamenti, di comportamenti, di sensibilità, soprattutto femminili, rivelavano una buona conoscenza della materia e un’altrettanto valida capacità di raccontarla. Gli giovarono forse le storielle d’amore vissute in prima persona sin da ragazzo, durante le quali, come capita talvolta, meditò anche il suicidio con la sua “innamorata” per le incomprensioni e la chiusura della famiglia nei loro confronti. Pare addirittura che una volta sia stata la madre, donna dell’aristocrazia più esclusiva e salottiera, a strappargli di mano la rivoltella con la quale lui e la ragazza, una giovane sartina, volevano farla finita.

L’attenzione della critica letteraria

Nel tratteggiare questi scorci seppe dare il meglio di sé. E critici letterari con la “C” maiuscola, che invece snobbavano la bassa “letteratura di consumo”, la riconobbero a pieno questa sua caratteristica, rendendogliene atto e selezionandola dal resto della sua produzione, che si basava invece su storie d’amore come se ne leggevano in abbondanza in quei decenni a cavallo del Novecento. E, mutatis mutandis, anche oggi. Renato Serra ne Le lettere del 1911 e Luigi Capuana, nella recensione a un suo romanzo, Il maleficio occulto, gli fecero credito di doti narrative non disprezzabili.

E dopo di loro Luigi Russo lo considerò un degno erede del tardo romanticismo lombardo e ne apprezzò la capacità di tratteggiare le figure femminili e la stagione difficile del trapasso dall’adolescenza alla giovinezza. Giovanni Papini invece, con la ben nota causticità, lo stroncò con una battuta rimasta celebre e che continuò a pesare a lungo sulla sua figura, anche se non intaccò minimamente il successo che lo scrittore riscuoteva presso i lettori: “Ufficiale di cavalleria, avrebbe dovuto rimanere tale per sempre”.

La freccia nel fianco

La freccia nel fianco è considerato il suo capolavoro, oltre che il suo piú grande best seller, quello dove meglio risalta la sua abilità nel ritrarre l’anima femminile nei primi confusi turbamenti amorosi. Racconta la storia di Nicla, una bella fanciulla di ricca famiglia borghese, che incontra un giorno Brunello, un bambino di otto anni, rimanendo attratta dalla sua forte personalità, nonostante lei abbia dieci anni piú di lui. Invece Brunello trova in Nicla quell’affetto e quella comprensione che a lui, sempre sballottato di qua e di là al seguito di un padre donnaiolo incallito, era sempre mancata.

La vita però, dopo questo loro primo incontro, li divide e li porta in luoghi lontani, ognuno col suo carico di storie. Dopo dodici anni si ritrovano di nuovo, lui ha venti anni, lei trenta. Nicla, che nel frattempo si è sposata, ha capito che il fanciullo le aveva già piantato una freccia in un fianco, da cui non si sarebbe mai liberata, e adesso per quanto cerchi di non tradire il marito, è costretta a cedere agli assalti di Brunello, e gli si concederà per poi uccidersi, affogandosi in un lago.

La vita

Luciano Zuccoli nasce nel 1868 in un paesino del Canton Ticino. Proviene da una nobile famiglia di origine tedesca. Il suo vero nome è infatti Luciano von Ingenheim. Zuccoli è il nome d’arte che adotterà in seguito. Dopo gli studi classici si arruola nell’esercito e per alcuni anni fa l’ufficiale di cavalleria. Dopo il congedo dall’esercito inizia a collaborare a vari quotidiani di provincia, prima di approdare a testate di più alto lignaggio, come “Il Corriere della sera”, nelle cui colonne compaiono numerosi suoi scritti di narrativa. Si dedica anche al teatro, dove però incorre in un fiasco clamoroso che lo induce ad abbandonare subito e per sempre quel genere, per dedicarsi alla narrativa, nella quale invece, sempre nello stesso 1893, venticinquenne, ottiene una discreta affermazione con I lussuriosi, suo primo successo.

Vive Milano, frequenta gli ambienti mondani e letterari della città. Il suo piglio “riottoso, prepotente, bevitore, giocatore e libertino, beffardo e cinico” come si definirà lui stesso in una autobiografia, gli procura sfide e duelli, ai quali non cerca mai di sottrarsi, anzi, quasi li provoca aiutandosi con la sua penna mordace e provocatoria, tale da incenerire la vittima di turno. Alto, elegantissimo, sempre con il monocolo all’occhio riscuote grande successo anche presso il mondo femminile.

Un velo di razzismo e antisemitismo

Professa idee ultraconservatrici, approva la repressione del generale Bava Beccaris nel 1898, polemizza violentemente con i liberali moderati, definisce in maniera sprezzante il Giolitti e la sua politica. Non riesce a sopportare quello che D’Annunzio aveva definito “il grigio diluvio democratico odierno, che molte belle cose e rare sommerge miseramente…”. In occasione della guerra di Libia assume una posizione talmente radicale e venata da toni fortemente antisemiti, che inducono la proprietà a togliergli la direzione della “Gazzetta di Venezia”, che dirigeva da una decina d’anni . Fra l’altro sostiene che si sono fatti troppi prigionieri, e che “…due terzi almeno di quei prigionieri dovevano e potevano essere fucilati”.

Un carattere spigoloso

Il suo carattere spigoloso gli procura non poche difficoltà. La prima moglie si suicida, incapace di affrontare e sostenere un menage troppo conflittuale. Lo scrittore si risposa poco dopo con una ragazza molto più giovane di lui, poco più che ventenne, bellissima e titolata rampolla di una delle più nobili famiglie milanesi, e si trasferisce a Parigi, all’epoca centro della mondanità europea. Pare, anche, per incomprensioni con il fascismo. Dopo due soli anni di matrimonio, però, nel 1929, lo scrittore muore a Parigi. Aveva 61 anni. Alla sua morte, la giovane moglie incorre in una gravissima crisi depressiva, dalla quale non si sarebbe più ripresa.

Ricoverata in una casa di cura per patologie psichiche, vi avrebbe trascorso tristemente il resto della sua esistenza, in un vuoto mentale ed esistenziale assolutamente incolmabile. Dopo la seconda guerra mondiale la sua fortuna andò decrescendo rapidamente, fin quasi a scomparire del tutto, nonostante qualche riedizione di sue opere. Nel 1975 Giuseppe Patroni Griffi ricavò da un suo romanzo del 1920, La divina fanciulla, un film, Divina creatura, con Laura Antonelli, Terence Stamp, Marcello Mastroianni e Michele Placido, che ottenne un buon successo di pubblico. Ma oggi solo gli ultimi sopravvissuti delle generazioni precedenti potrebbero ricordarne il nome e l’opera.

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Fiorentino doc, si è laureato in letteratura italiana con Luigi Baldacci. Ha insegnato nei licei e svolto un’intensa attività editoriale nel settore scolastico, sia come autore che come responsabile di collana. Si è sempre occupato di letteratura di successo commerciale in libri come Lettori in camicia nera e Best seller italiani, nonché in numerosi articoli e saggi. gioconÈ autore di un apprezzato Dizionario dei sinonimi e contrari, ristampato più volte. In tempi recenti ha scritto anche dei romanzi gialli.

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