6 July, 2020
 

Opere all’estero, è battaglia tra l’Italia e i musei internazionali

Bisogna fare il giro del mondo per ritrovare il patrimonio artistico italiano, eredità dei più grandi pittori, scultori e artisti nostrani. Non è solo la Gioconda di Leonardo Da Vinci al Louvre di Parigi, non sono solo la Battaglia di San Romano di Paolo Uccello o La cena di Emmaus di Caravaggio entrambi alla National Gallery di Londra, o ancora Le tre grazie di Antonio Canova conservata al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo.

Secondo il giornalista Salvatore Giannella nel suo libro “Operazione Salvataggio” sono 1653 i pezzi – 800 dipinti, decine di sculture, tappeti, strumenti musicali e centinaia di manoscritti – che non sono mai tornati nella penisola.

La vicenda è lunga e tormentata e ha visto protagonisti direttori di musei e tribunali. Uno degli ultimi episodi è molto recente e ha per protagonista il direttore tedesco della Galleria degli Uffizi di Firenze che ha lanciato un appello alla sua Germania per chiedere la restituzione di un’opera italiana trafugata dal capoluogo toscano dai nazisti ai tempi della Seconda Guerra Mondiale: si tratta del Vaso di fiori di Jan van Huysum. “A causa di questa vicenda che intacca il patrimonio delle Gallerie degli Uffizi le ferite della Seconda Guerra Mondiale e del terrore nazista non sono ancora rimarginate,” ha spiegato Schmidt, “La Germania dovrebbe abolire la prescrizione per le opere rubate durante il conflitto e fare in modo che esse possano tornare ai loro legittimi proprietari”.

Il Gup del Tribunale di Bologna ha disposto lo scorso novembre la confisca di ben otto quadri dipinti da artisti del calibro di Tiziano, Tintoretto e Carpaccio, che sono stati sottratti al patrimonio artistico del belpaese dai nazisti per conto del maresciallo del Reich Hermann Goering ora conservate nel Museo nazionale di Serbia a Belgrado. La Procura di Bologna mira a ottenere la restituzione delle opere d’arte, ma le autorità serbe si sono già mose respingendo le rogatorie dei pm italiani.

Ma non è finita. È in corso anche la polemica con il J. Paul Getty Museum di Los Angeles che conserva l’Atleta vittorioso, un bronzo alto circa un metro e mezzo risalente al IV secolo a.C. e attribuito all’artista greco Lisippo, ritrovato nel 1964 nelle acque dell’Adriatico da un gruppo di pescatori italiani che hanno prontamente pensato di sotterrarlo in un campo invece di farne comunicazione alle autorità. Da allora, il bronzo è stato acquistato per 3,5 milioni di lire da parte dall’imprenditore Giacomo Barbetti, poi è passato nelle mani di un antiquario milanese, poi in quelle del mercante d’arte Heinz Herzer di Monaco di Baviera, forse anche uno brasiliano, e infine alla Galleria Artemis Fine Art di Londra, prima di essere acquistato dal J. Paul Getty Museum nel 1977 per 3,98 milioni di dollari.

La battaglia per l’Atleta vittorioso tra Roma e Los Angeles è aperta da oltre dieci anni. In particolare, risalgono al 2009 e al 2013 i pronunciamenti del Tribunale di Pesaro per la confisca dell’opera al museo americano, entrambe le volte, però, annullati per vizi procedurali sollevati dal Getty. Lo scorso anno, il pezzo è tornato in mostra nel nuovo allestimento del museo e il tribunale ha disposto per la terza volta la confisca del bene “ovunque esso si trovi”.

Il J. Paul Getty Museum non si è dato per vinto e ha continuato a rivendicare il proprio diritto all’Atleta vittorioso: “Abbiamo un diritto legato alla statua. Questa è di origine greca antica, fu rinvenuta in acque internazionali nel 1964 e acquistata dal Getty nel 1977, anni dopo che la più alta corte d’Italia, la Corte di Cassazione, nel 1968 aveva concluso che non vi erano prove che appartenesse all’Italia. La statua non è e non è mai stata parte del patrimonio artistico italiano. La scoperta accidentale da parte di cittadini italiani non ne fa un oggetto italiano. Riteniamo che qualsiasi forma di confisca sia contrario al diritto americano e internazionale”, ha commentato Lisa Lapin, vice presidente delle comunicazioni del Getty.

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