30 September, 2020
 

Palazzo delle Esposizioni, mostra antologica di Jim Dine

Un’ampia mostra antologica realizzata in stretta collaborazione con l’artista, propone a Roma al Palazzo delle Esposizioni la complessa opera di Jim Dine uno dei grandi protagonisti dell’arte americana, il cui lavoro, radicale e innovativo, ha avuto un grande impatto sulla cultura visiva contemporanea, in particolare su quella italiana degli anni Sessanta.

Un esaustivo apparato iconografico frutto di un’approfondita ricerca delle fonti iconografiche negli archivi che detengono le immagini dei maggiori fotografi attivi negli anni Cinquanta e Sessanta sulla scena artistica downtown di New York, come Robert R. McElroy, Fred W. McDarrah e Peter Moore, restituirà la memoria visiva dei celebri happening raccontati in mostra dalla voce dello stesso Jim Dine. Una selezione di video interviste, infine, premetterà di familiarizzare con la figura dell’artista. 

Nonostante la sua popolarità , Jim Dine rimane un artista difficilmente catalogabile in virtù soprattutto della sua volontà d’indipendenza e del suo rifiuto a identificarsi nelle categorie della critica, della storia dell’arte e del mercato. Sono esemplari l’autonomia e la libertà con le quali da sempre si rapporta al panorama dei valori accertati. Lo dimostrano le sue vicende biografiche e i suoi lavori tenacemente aderenti alle esperienze vissute, “ineducati” e “inquietanti”, come talvolta sono stati definiti.

Ideatore degli happening insieme a un ristretto gruppo di amici e sodali, Dine è soprattutto il poderoso innovatore della pittura che, sin dai suoi inizi, egli coniuga agli oggetti veri, quelli d’uso quotidiano, ricavandone immagini nuove e stranianti.

Amante della cultura mediterranea, la sua voce è quella ruggente e dotta che Elio Vittorini vide espressa nella letteratura americana. E’ un autore difficilmente classificabile, che non si è mai riconosciuto negli schemi imposti dalla critica o dal mercato. Annoverato tra i principali interpreti della Pop Art, ha preso le distanze da questo fenomeno banalizzato dalla cultura di massa. Di contro, ha rivendicato il suo individuale punto di vista sapendolo sempre coniare nei termini di una comunicazione rivolta agli altri. “A rendere oggi attuale il suo lavoro – afferma Daniela Lancioni –  è anche questa sua capacità di mettere in relazione la dimensione strettamente personale con quella collettiva, attitudine con la quale, negli anni del suo esordio, Dine contribuà in maniera significativa a definire la coscienza di una nuova soggettività”.

Il percorso espositivo è cronologico, così pensato per lasciare a vista sequenze,sorprese e ossessioni nello stesso modo in cui si sono manifestate, sino ad ora, nella biografia dell’artista. L’ordine storico-temporale è finalizzato anche a non scalfire il senso di orientamento dei visitatori e delle visitatrici che, di volta in volta, possono associare agli insiemi di epoche diverse i loro ricordi o il loro sapere.

I primi lavori esposti sono piccole teste del 1959, per lo più autoritratti, realizzate dall’artista appena ventenne. All’altra estremità della rotonda, nella Sala 6, il percorso cronologico termina ugualmente con degli autoritratti a suggello dell’importanza riposta dall’autore in questo soggetto.

La mostra prosegue con un focus dedicato agli happening frutto di una ricerca capillare che ha permesso di riunire per la prima volta tutte le immagini scattate dai principali testimoni dell’avanguardia newyorkese.

Le foto scorrono in loop su dei monitor accompagnate dalla voce dello stesso Jim Dine, che ha raccolto per questa occasione i ricordi sulla sua breve, ma seminale stagione di performer.

L’incondizionata dedizione riservata da Jim Dine alla pittura si impone nelle due sale successive costellate dalle immagini nuove e mordenti dei quadri realizzati tra il 1960 e il 1963, divenute tra le icone più celebri del periodo.

Nella Sala 2 si trovano i dipinti con i capi d’abbigliamento o con gli utensili, talvolta accompagnati dalla presenza emblematica dei loro nomi scritti. 

Nella Sala 3 sono esposti i quadri con gli strumenti riconducibili all’attività del pittore e le opere, capolavori riconosciuti, nei quali l’artista ha sperimentato un’inedita spazialità, concependole come se fossero le pareti di una casa. In queste due sale sono raccolte cinque delle otto opere di Jim Dine presenti nella celebre edizione del 1964 della Biennale di Venezia.

La visita prosegue nell’area centrale destinata alla scultura cui l’artista si dedicò, in modo esclusivo, tra il 1965 e il 1966, mentre alle pareti altre opere risalenti alla seconda metà degli anni Sessanta suggeriscono il diramarsi della ricerca in direzioni diverse e le invenzioni maturate nei frequenti e felici soggiorni londinesi.

La Sala 5 raccoglie le prime opere nelle quali compare l’immagine del cuore, assunto da Jim Dine come una sorta di suo emblema araldico mentre nella Sala 6 a prevalere è il rapporto con le culture antiche coltivato soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni Settanta. Il legame con il passato è reso stringente dalla presenza, in questa stessa sala, degli autoritratti recenti che chiudono il percorso strettamente cronologico della mostra.

La mostra termina nella Sala 8 con una folla di Pinocchio, le sculture recenti (2004-2013) ispirate al personaggio di Collodi, incarnazione dell’antica metamorfosi della materia inanimata che prende vita. Per queste figure l’artista ha ideato un ambiente realmente immersivo, che abbatte le gerarchie tra autore, opere e destinatari, suggellando l’idea di un soggetto personale e al tempo stesso collettivo.

Un nucleo importante della mostra sarà costituito dalle opere che Jim Dine ha donato tra il 2017 e il 2018 al Musée national d’art moderne – Centre George Pompidou di Parigi e che l’istituzione francese ha reso disponibili per quest’occasione. Una selezione di opere verrà dagli Stati Uniti, tra cui i due celebri dipinti degli anni Sessanta A Black Shovel. Number 2 (1962) e Long Island Landscape(1963), appartenenti alle collezioni del Whitney Museum di New York. Dalle collezioni americane arriveranno anche Shoedel 1961 e The Studio (Landscape Painting) del 1963, presentati entrambi dall’artista alla Biennale di Venezia del 1964. 

La mostra sarà accompagnata da una serie di eventi collaterali alcuni che coinvolgeranno lo stesso artista e altri altre figure della cultura internazionale. Mercoledì 18 marzo alle 19:00 nella rotonda di Palazzo delle Esposizioni si terrà House of Words, un reading con Jim Dine, accompagnato da Fabrizio Ottaviucci al pianoforte e Daniele Roccato al contrabbasso.

Nel1969 all’Art Lab di Soho a Londra Jim Dine ha tenuto la prima lettura pubblica dei suoi poemi, che aveva cominciato a scrivere quell’anno su incoraggiamento dell’amico poeta Robert Creeley. Questa esperienza, che a partire dai primi anni Duemila ha ripetuto con sempre maggiore frequenza, è uno dei diversi modi con cui Dine ha deciso di dare forma al proprio racconto. Dine infatti legge le sue poesie accompagnato dalle improvvisazioni di uno o più musicisti e circondato da grandi fogli di carta su cui ha scritto a mano i testi. In questa occasione ad accompagnarlo sono il pianoforte di Fabrizio Ottaviucci e il contrabbasso di Daniele Roccato.La partecipazione è inclusa nel biglietto d’ingresso.

JIM DINE cura di: Daniela Lancioni

Azienda Speciale Palaexpo

www.palaexpo.itwww.palazzoesposizioni.it

Sede:Palazzo delle Esposizioni,

via Nazionale 194-00184 Roma

Periodo: 11 febbraio 2020–2 giugno2020

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