7 June, 2020
 

Racconto della domenica: “Compagno di merenda” di Maria Rosaria Pugliese

Il prato si srotolava come un tappeto fino a lambire il cielo.

La scolaresca arrivò al parco in fila indiana: uno dietro l’altro come tante formichine colorate e ognuno manteneva la mano destra sulla spalla del compagno che lo precedeva. L’espediente dell’appoggio era utile, secondo le maestre, per accorgersi subito se per strada qualcuno dei piccini si allontanava. Erano una trentina, e gli insegnanti soltanto tre. Una volta l’inciampare di uno aveva provocato l’effetto valanga, ma non era successo nulla di grave, solo qualche sbucciatura, e alla fine tutti si erano divertiti un mondo.

«Non calpestate le aiuole!» Con quest’esortazione furono sciolte le righe, e gioiosa irruppe la vita: i bambini corsero impazienti come pony ai quali si schiude il recinto, e lo scalpito lieve accarezzò il terreno appena umido.

La maestra Vinciguerra, giovane, minuta, vitino sottile, aveva lineamenti infantili incorniciati da riccioli castani. Non superava in altezza il più longilineo della classe e se si fosse allineata con la classe nessuno si sarebbe accorto che l’intrusa non aveva più l’età per frequentare la seconda elementare.

«Attenti a non farvi male!» La maestra Pizziballa, che qualcuno tra i più piccini chiamava “Mamma Pizza”, a cinquant’anni aveva già educato diverse generazioni. Era una creatura dolcissima nata con la vocazione all’insegnamento e alla maternità, ruoli che non aveva mai disgiunto nella vita: mater et magistra, così amava definirsi enfaticamente paragonandosi alla Chiesa universale.

Le due brave donne portavano dei dolci fatti in casa, alla buona, la torta di mele, il pandispagna. Oggi è una giornata diversa, la ricreazione è nel parco, i bambini faranno merenda all’aperto, sull’erba, e non in aula dove il cielo, i fiori, il sole sono pitturati sulle pareti. Oggi il mondo è vero, il sole è caldo e negli zainetti ci sono panini e succhi di frutta.

Perfino la voce delle insegnanti, modulata dagli alberi, risuona flautata, non impostata come a scuola quando dicono: «Colorate questa paginetta»; oppure: «State seduti perbenino».

Formava la retroguardia il maestro Quintavalle, insegnante di educazione fisica distaccato presso la scuola primaria. Un mascellone dal fisico prestante, in blue-jeans, felpa, giacca a vento e scarponcini con la suola gommata. Reggeva una busta di plastica trasparente piena di palle e palloni.

Nel parco c’era un torrentello stretto con il fondo sassoso che finiva in una pozza poco più grande di una tinozza.

I bambini immersero le mani nell’acqua, qualcuno incautamente bagnò anche le scarpe. Il maestro decise che si poteva attraversare senza alcun pericolo e mostrò come fare: per prima cosa dovevano rimboccarsi i pantaloni, poi incamminarsi a passetti brevi posando i piedi sulle pietre più larghe.

Con una sola falcata arrivò sull’altra sponda e tese le braccia ad accogliere i giovani pionieri. Le insegnanti guadarono il torrente tenendo per mano i più piccoli.

Ora i bambini hanno preso possesso del territorio, si rincorrono, si chiamano l’uno con l’altro, giocano a pallone, e Quintavalle tira sorprendenti rasoterra nella porta delimitata da due platani fronzuti, mentre i frugoletti che nessuno vuole in squadra attorniano le insegnanti che inventano per loro nuovi, antichi giochi.

A pochi metri dal parco, in un canalone colmo d’immondizie e roba vecchia, nella terra di nessuno, un corpicino seminascosto dalle foglie. Rannicchiato in posizione fetale, nudo, il cordone ombelicale ancora attaccato, il ditino pollice della mano destra in bocca.

Sembra un bambolotto il neonato di cui una natura vigliacca si è disfatta da qualche ora precipitandolo nel fossato tra la poubelle.

SonoNessuno, ecco perché mi hanno buttato via.

Non servo a niente, davo fastidio.

Forse avevo fatto qualcosa di male ma non ricordo cosa.

Sicuramente sono stato cattivo ma quando?

Sarà per colpa dei calcetti che davo nella pancia? O perché sbadigliavo?

Sì sarà per quello che mi hanno lanciato dal ponte.

Che male quando sono ruzzolato sulle pietre!

Potevano abbandonarmi in qualche posto, invece di gettarmi nel vuoto.

Devo essermi fatto la bua alla spalla, perché non riesco a girarmi.

Brrr! Che freddo!

Ho sete. Ho fame. Fame e sete. E sto gelando.

Neppure una goccia d’acqua mi ha dato.

Devo essere stato cattivissimo, ma io non avevo chiesto di nascere.

Nel mio nulla non c’era né scelta né volontà.

SonoNessuno.

Se chiudo gli occhi, però, due braccia morbide morbide mi sollevano, mi cullano e non mi sento più di ghiaccio.

E una voce dolcissima che mi dice: “Mi dispiace di averti maltrattato. Ricominciamo daccapo”.

Le è passato il furore! Mi ha perdonato! Mi riempie di baci, mi stringe forte contro il suo petto caldo.

Riapro gli occhi e… sono ancora un neonato morto sull’erba viva.

Da quanto tempo?

Però adesso so che verranno a riprendermi.

Devo rimanere calmo e teso ad aspettare. Mi stanno già cercando.

Sento delle voci. Qualcuno corre…

Quella palla… Se arrivasse un po’ più vicino… con uno sforzo enorme riuscirei a rilanciarla…

«È l’ora della merenda, su bambini fate pausa!»

«Basta col pallone. Sediamoci in cerchio, formiamo un cerchio magico.»

Devono faticare non poco le maestre: quando giocano i ragazzini non pensano più a niente, vivono in un’altra dimensione. Dimenticano il cibo, il gioco li sazia.

«Non gettate le carte qua e là: raccogliamo tutto in un sacchetto» raccomanda il maestro Quintavalle, «lo sapete che bisogna rispettare la natura. Dobbiamo lasciare il parco così come l’abbiamo trovato».

I bambini si lasciarono cadere sull’erba fitta, qualcuno ammucchiò le foglie secche per comporre una specie di sedile e si accomodò come su un trono.

La merenda al sacco iniziò. Dita grassocce estrassero svogliatamente dalle borse i cartoccetti preparati amorevolmente dalle mamme: panini gonfi di prosciutto avvolti nella carta oleata, toast imburrati sigillati nel domo pack, snack di cereali, pacchetti di cracker.

Le maestre distribuiscono tovaglioli e bicchieri di carta, perché tra poco ci sarà il dolce. Che pic-nic sarebbe senza il dolce?

I bambini che scartocciano, mordicchiano, sgranocchiano o soltanto smollicano non si sono accorti che c’è un nuovo compagno di merenda.

SonoNessuno, abbandonato l’incubo, è seduto tra loro, le gambe incrociate alla turca. Sta mangiando un’arancia. È immensamente felice, le tempie azzurre gli palpitano, il cuore gli batte all’impazzata: in questo nuovo mondo è uguale a tutti gli altri esseri che gli sono vicini e che parlano e ridono. Uno di loro gli mostra come si fa a bere dalla bottiglia senza bagnarsi. Un po’ confuso accosta alle labbra il thermos che viene passato e le gocce fresche spengono la sete.

Una bambina lunga lunga – cresciuta più degli altri – gira con un vassoio tra le mani. Sta offrendo la torta e, con un sorriso, ne porge una fetta anche a lui che senza mangiarla si sente sazio.

«Mamma Pizza, Mamma Pizza io la so fare la pizza un ometto dalla fronte ampia e grandi occhi scuri tormenta la maestra.

«Spiegaci come si fa, così la prossima volta faremo tutti le pizze» lo incoraggia l’insegnante.

Il bambino mima i gesti che ha visto fare alla mamma, impasta, spiana, condisce, inforna, e mentre tutti battono le mani annuncia con serietà: «Da grande voglio fare il pizzaiolo».

«Io farò il fantasma per spaventare mia sorella» è la dichiarazione d’intenti di un cherubino ricciuto, gli occhi azzurri come biglie, che mentre fa l’annuncio atteggia il visino a una smorfia orrenda.

«Io il calciatore, anzi il portiere, stare in porta mi piace!» avverte un altro, la faccina punteggiata di lentiggini e le fossette sulle mani e sulle ginocchia.

«Sì ma i goal li dovrai parare, non farti da parte per far passare il pallone… Oggi ne hai incassati due…»scherza Quintavalle.

«Io l’idraulico come il mio papà!»

«Io preparerò i coctelli!»

SonoNessuno è attentissimo, non perde una sillaba, non dice nulla, ma ha deciso: lui da grande vuole fare il bambino!

«Sta per arrivare il pullmino. Dobbiamo avviarci. Su bambini, raccogliamo le carte, le lattine, le briciole. Mettiamo tutto nelle buste. Non dobbiamo lasciare traccia del nostro passaggio.»

La comitiva – guance rosse, zainetti in spalla e qualche inevitabile capriccetto – lascia il parco, e questa volta sono le maestre Vinciguerra e Pizziballa a chiudere le file dell’instancabile armata.

SonoNessuno è rimasto sul prato, gli occhi supplici, un sorriso di gioia sulle labbra. Agita la manina per salutare i compagni che si stanno allontanando. Vorrebbe unirsi a loro, rispondere al richiamo della vita, così come il cane di London segue i lupi ululando e diventa lupo con loro…

A pochi metri dal parco, in un canalone colmo d’immondizie e roba vecchia, nella terra di nessuno, un corpicino seminascosto dalle foglie. Rannicchiato in posizione fetale, nudo, il cordone ombelicale ancora attaccato.

L’autrice

Maria Rosaria Pugliese è laureata in Economia e Commercio e per trent’anni ha lavorato in un istituto di credito. Da sempre, è sensibile alle tematiche sociali. Tra i suoi scritti, l’esordio Pazienti smarriti (Robin Edizioni, 2010) e il contributo all’antologia La gola (Giulio Perrone Editore, 2008) e all’Enciclopedia degli scrittori inesistenti (I edizione, Boopen Led, 2009; II edizione, Homo Scrivens, 2012). Con goWare ha pubblicato la raccolta di racconti Carretera. Quattordici storie strada facendo.

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La rubrica “Racconto della domenica” nasce dalla collaborazione tra First Arte, l’agenzia letteraria Thesis Contents e la startup di nuova editoria goWare. Il suo scopo è quello di offrire ai lettori narrazioni brevi dal e del mondo contemporaneo, storie che guardano all’attualità, al costume, alla politica ed alla società nel tempo dell’andata al digitale.

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