7 June, 2020
 

Racconto della domenica: “Niente al caso” di Samuel Giorgi

Iniziamo? 

Sì, sono pronto. 

Come mi sento? 

Non benissimo a dire la verità. Oggi è uno di quei giorni in cui avrei tanta voglia di mollare tutto. Non so perché, ma mi sveglio così, con la luna storta, e mi chiedo chi me lo fa fare. È uno di quei giorni nei quali inizio a dirmi che tanto non ho figli, che non sono nemmeno sposato, che non si capisce perché debba sbattermi così tanto per lavorare. Mi ripeto che per vivere, in fondo, non serve molto. Bisognerebbe sapersi accontentare. Avrei voglia di vendere tutto e trasferirmi in montagna, in alto, lontano da tutto e da tutti. Vivere di cose semplici e naturali. 

Al diavolo. Non so cosa mi piglia, in giorni come questo. Che poi con tutto quello che ho da fare, neppure passerà tanto in fretta. So già che stasera o domani al massimo sarà come se non fosse successo nulla, e riprenderà tutto da capo. Accade sempre così dopo questi momenti di depressione. Riprendo ogni cosa alla grande, se non meglio di prima. Da cosa dipende? Non credo siano i rimorsi di coscienza. Di quelli non mi sono mai dovuto preoccupare. Al limite comincio a sentirmi stanco per il tipo di vita che conduco. Forse è solo questo. Forse ho solo bisogno di una vacanza. Una lunga e spensierata vacanza. Anzi, un anno sabbatico. Ecco sì, un bell’anno sabbatico. Dopo, riprendere sarebbe più semplice, con le batterie ricaricate. Che poi io parlo, ma lo so benissimo che non resisterei a lungo lontano dal lavoro. Il dramma (o la fortuna) è che la mia vita mi piace da morire. Non la cambierei con nessun’altra al mondo. Vadano a farsi benedire la stanchezza e le crisi di ansia. 

Da quanti anni faccio questo mestiere? Dieci? Venti? Non è così importante. La cosa importante è che ci sono portato. Davvero. E non lo dico per vanteria. Nella vita è importante saper riconoscere i propri meriti, che gli altri te li confermino o meno. L’amor proprio è una preziosa medicina da portare sempre nel taschino. Io mi occupo di servizi di demolizione, sgombero e trattamento dei residui del sinistro, il DSTR. Sono il migliore, almeno dalle mie parti. Potrebbe non apparire una professione particolarmente poetica o gratificante, ma non è così. Ogni cosa deve essere vista con la giusta prospettiva. Lo diceva sempre mio nonno: la poesia si nasconde nei gesti, nelle parole, nel sangue e nel sudore dei veri lavoratori, non tra le pagine polverose e inutili dei libri. 

Io, tanto per andare avanti col discorso, lavoro da solo. Mi sono specializzato in ogni singolo segmento produttivo e ho acquisito le differenti e complementari competenze tecniche che il DSTR di qualità richiede. 

Non ho avuto maestri. Non ho fatto bottega. Mi sono formato da solo. Poco alla volta, facendo tanti errori, ma apprendendo e migliorandomi ogni volta. La prima cosa, ad esempio, è stato capire come condurre la contrattazione con i clienti. La scelta dei tempi e dei modi, in particolare. Molte volte il cliente ci ripensa e vorrebbe rinunciare all’intervento di demolizione. Per questo devo essere in grado di convincerlo, di mostrare tutta la mia professionalità e non fargli nascere alcun dubbio sulla bontà del risultato. A volte, ai più esigenti, faccio vedere una specie di brochure, con alcune foto e la descrizione dettagliata dei lavori meglio riusciti. Ma il più delle volte non è necessario arrivare a tanto. Li convinco a parole. In fondo, possono verificare da soli che nessuno in passato si è lamentato dei miei servizi. 

Precisione, ordine, e pulizia. Su certe cose sono quasi maniacale. Devo aver preso da mia madre. Ha dedicato la propria vita a pulire casa, pace all’anima sua bella. Il suo appartamento era sempre come nuovo, bello, scintillante. E vuoto. Non ho mai capito per chi lo facesse, perché non invitava mai nessuno. Le piaceva sentire il profumo di pulito. Forse aveva sviluppato una specie di dipendenza per i detersivi. Anche negli ultimi anni, quando il fisico si ribellava, lei si piegava, si arrampicava, grattava e spazzava dalla mattina alla sera. Era talmente fanatica che odiava essere interrotta durante le pulizie, non le si poteva parlare. La mia dolce mamma. 

Io non arrivo a questi estremi, ma mi difendo bene. Non lascio niente al caso. E in più, dopo aver svolto il mio incarico, non me ne vado lasciando come ho trovato: lascio meglio di prima. Diciamo che è un po’ la mia firma. Dopo il mio DSTR, deve essere come se fosse passata un’impresa di pulizie. Di quelle brave, però. Cera sui pavimenti, spray antipolvere sui mobili, antiappannante sui vetri, essenze di fiori (quelli di stagione, ovviamente) rilasciate in tutti gli ambienti. Scelgo con cura ogni prodotto. Ho un mio negozio di fiducia, non vado come tanti al supermercato. Sono posti terrificanti. Non c’è relazione, non c’è dialogo. Li trovo disumanizzanti. Tanto varrebbe farseli spedire a casa. Per certe cose, sono davvero fatto alla vecchia maniera. 

Anche nel modo di vestirmi cerco di distinguermi. Chi fa quello che faccio io, a volte si presenta male, trasandato, sporco. Non è il modo di comportarsi. Porta rispetto a te stesso, e vedrai che gli altri ti rispetteranno. Anche questo era mio nonno a dirlo. Non vado mai a parlare con un cliente conciato come un barbone. Ho un guardaroba adatto. Completi di taglio sartoriale. Me li faccio fare da un sarto professionista, un amico di famiglia che ha rilevato l’attività da suo padre, e suo padre da suo nonno. Gente seria. Un bel vestito, il fazzoletto nel taschino, e scarpe lucide di grasso. Questo per la contrattazione. Poi, arriva il lavoro vero e proprio, ed è tutto un altro discorso. 

È una fase rischiosa e delicata: nella contrattazione si giocano tutte le possibilità di successo del tuo lavoro. Presumo sia così in qualsiasi scambio commerciale, ma nel mio settore lo è ancora di più. 

C’è da dire che le occasioni non mancano. Il mio settore non patisce gli effetti della crisi. Neppure si può immaginare quante richieste di DSTR io riceva. E quante sia costretto a rifiutare. Faccio le mie ricerche, controllo, cerco di verificare prima di tutto l’affidabilità del cliente. Economica, ma non solo. E in caso di dubbio, rinuncio ancor prima di incontrarlo. Arrivato al mio livello, posso anche permettermi il lusso di scegliere. A volte capisco a pelle che la cosa non è da portare avanti. Di sicuro non posso permettermi che a metà lavoro, o anche dopo poco che ho avviato i preliminari della demolizione, mi si venga a dire che ci hanno ripensato, che magari rivaluteranno la cosa più avanti, che è un passo troppo importante, che ci devono riflettere ancora. Anche perché una volta che ho cominciato, è impossibile tornare indietro. 

Non sa quanto ho dovuto studiare per arrivare al grado di professionalità attuale. Montagne di libri. Giornate intere trascorse con la schiena china sui tavoli della biblioteca. Più d’una biblioteca, a dire il vero, tanto per non suscitare troppa attenzione, o anche solo perché mi piace cambiare posto, conoscere gente differente. 

Pace per mio nonno, non si può demolire alcunché senza possedere conoscenze specifiche in merito all’oggetto che si intende demolire. Non solo in relazione al successivo processo di smaltimento. Bisogna sempre tenere presente che qualsiasi oggetto complesso è costituito da parti interconnesse che non possono essere smontate senza criterio. Bisogna procede rispettando le regole di sudditanza e progressione strutturale. I giapponesi, che in queste cose sono maestri, dedicano molta attenzione (e molta letteratura) ai concetti di sudditanza e progressione. Per demolire occorre un’assoluta padronanza della morfologia dell’oggetto da demolire. Interna ed esterna. Mai invertire l’ordine del processo. Mai anticipare il basso a scapito dell’alto. Il corto per il lungo. Il pieno per il vuoto. Ecco, in particolare questo: il vuoto deve essere il primo step da affrontare. Il primo step. O, come direbbero nella terra del sol levante, il primo orizzonte. 

Vuoto. L’oggetto deve essere sgomberato da qualsivoglia parte interna. Meglio lo si fa e minor problemi si avranno nella fasi successive di smaltimento e pulizia. Svuotare senza danneggiare. Una volta, una delle prime, mi è capitato di rompere un involucro contenente parecchi liquidi. È stato un disastro: mi ci è voluto un giorno intero solo per riassettare ed eliminare ogni residuo. 

Ecco, una delle parti più complicate della mia formazione è stato proprio lo studio delle sostanze chimiche necessarie alla pulitura e disinfezione. Ne esistono decine, si rischia di perdersi tra etichette e formule. Per ogni tipo di sporco si deve usare un prodotto differente, altrimenti non si elimina tutte le particelle e prima o poi tornano fuori. Non è neppure semplice procurarsele. Tanto le sostanze chimiche, quanto i contenitori. Trovare i contenitori adatti è una delle cose che mi hanno fatto impazzire di più. Maneggiare gli acidi senza fare o farmi danni è davvero un’impresa. Molti miei colleghi (ne ho conosciuti parecchi), prediligono altre tecniche. Io con gli acidi mi trovo molto bene. Fuoco o altro, non fanno per me. L’acido è veloce, pulito e sicuro. Certo non posso portarmelo dietro. Quella parte del lavoro la svolgo nel mio laboratorio. Per questo è così importante la fase dello smontaggio. È evidente che questo mi obbliga a moltiplicare i viaggi. Ma non così tanto quanto si potrebbe pensare. Anche per questo mi sono organizzato. Ho appreso l’arte del travestimento. 

Traslochi o pulizie. Queste sono le attività che simulo più di frequente. Mi permettono di utilizzare mezzi di trasporto, attrezzi e contenitori dalle dimensioni adeguate ai miei scopi. Che poi sono quelli che suscitano meno domande da parte del vicinato. La demolizione può avvenire in tutta calma, lasciando il furgone o il pick-up davanti all’abitazione per tutto il tempo necessario. Per lo smontaggio non utilizzo nulla di quello che trovo all’interno della casa. Nessuno oggetto, nessun impianto di scarico. Ogni prodotto di scarto viene accuratamente collocato all’interno dei miei contenitori. Io stesso mi premuro di non lasciare alcuna traccia biologica. Prima ho detto un’inesattezza a proposito del fuoco. Nel caso di imprevisti, infatti, attivo la procedura d’emergenza. Fa parte del contratto con il cliente, ma ci tengo a precisare che è capitato solo una volta. Per evitare problemi, provoco un incendio nella casa. Faccio in modo che non ne rimanga più nulla. 

Tornando allo smontaggio, direi che si tratta di un lavoro di estrema precisione, certosino. Non sono ammessi errori. Le lame devono essere sempre affilate ad arte. Ho comprato un affilacoltelli professionale. Come si è capito, nel limite del possibile e dell’umano, cerco di non lasciare nulla al caso. I pezzi devono essere piccoli, ma non troppo, della misura giusta. Sono cose che si apprendono con l’esperienza. C’è un’altra cosa che insegna l’esperienza: devi mettere un muro sempre più alto e spesso, tra te e la vita che ancora aleggia attorno all’oggetto che stai smontando. Possono essere immagini, suoni, emozioni che in modi diversi e imprevisti tentano di distrarti dal tuo lavoro. L’oggetto ne è carico come un magnete: fermarsi a contemplarli sarebbe un errore fatale. 

Quanti clienti ho avuto, mi chiede? Non saprei. Per certe cose non ho molta memoria. Per questo tengo i registri. Li conservo a casa, in un armadio speciale, ma non posso dirle dove, mi concederà qualche piccolo segreto. 

Se un giorno dovessero scoprirmi, dice? Difficile. E comunque dubito che sarà possibile recuperare qualcosa dei miei passati incarichi. Non sarei un maestro del DSTR, se riuscissero a farlo. È vero che sto passando un periodo di scarso livello energetico, che sto soffrendo di un altalenante entusiasmo. È per questo che mi prenderò una pausa. Ma le assicuro che sono ancora in grado di soddisfare al meglio i miei clienti ed eliminare le vittime che mi sono assegnate senza lasciare alcuna traccia. 

Perché ho deciso di farmi intervistare da lei? Diciamo che è l’ultimo lavoro che mi concedo prima di andare in vacanza. Immagino che sua moglie non le abbia detto nulla, giusto? 

L’autore

Samuel Giorgi è nato a Milano nel 1968. Il suo romanzo d’esordio, Il Mangiateste, è stato pubblicato nel 2013 da Piemme. Collabora con diverse riviste letterarie e nella vita si occupa di formazione degli adulti e progettazione in ambito sociale. Vive con la famiglia in un piccolo paese nel Parco del Ticino. Questo racconto è tratto dalla raccolta, edita goWare, Ogni cosa al suo posto

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La rubrica “Racconto della domenica” nasce dalla collaborazione tra First Arte, l’agenzia letteraria Thesis Contents e la startup di nuova editoria goWare. Il suo scopo è quello di offrire ai lettori narrazioni brevi dal e del mondo contemporaneo, storie che guardano all’attualità, al costume, alla politica ed alla società nel tempo dell’andata al digitale.

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